“Commenti&Analisi” Un risparmio forzoso che cerca alternative (N.Bianchi)

04/07/2005
    domenica 3 luglio 2005

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        ANALISI

          Un risparmio forzoso che cerca alternative

            di Nevio Bianchi

              Lo schema di decreto legislativo varato venerdì in Consiglio dei ministri e avviato all’esame di Parlamento e parti sociali, cerca di accelerare in modo deciso il processo di trasformazione del Tfr (il trattamento di fine rapporto) da forma di risparmio forzoso ad accantonamento previdenziale.

              Erede della vecchia indennità di anzianità, il trattamento di fine rapporto è, infatti, secondo la nuova definizione contenuta nell’articolo 2120 del Codice civile un trattamento retributivo che il lavoratore dipendente matura mese dopo mese, che viene quantificato alla fine dell’anno, ma che non può essere percepito dal momento che deve essere obbligatoriamente " prestato" al datore di lavoro.
              L’importo è uguale alla retribuzione percepita nell’anno, diviso un coefficiente fisso che è 13,5 e dunque corrisponde al 7,40% della retribuzione dovuta. Il datore di lavoro utilizza questo importo come una forma di autofinanziamento, ed è tenuto a corrisponderlo al lavoratore, di solito, in occasione della cessazione del rapporto di lavoro salvo il diritto del dipendente a percepire anticipazioni anche prima della cessazione.

              L’esigenza di reperire forme di finanziamento a favore della previdenza complementare e l’idea di utilizzare a questo scopo anche il trattamento di fine rapporto, risale alla primo provvedimento che ha disciplinato in modo organico la previdenza complementare in Italia, e cioè il decreto legislativo 124/ 1993.

              Attualmente le regole sono fissate dal decreto legislativo 47/ 2000 che è entrato in vigore il 1 ? gennaio 2001, con cui si subordinano i vantaggi fiscali derivanti dalla adesione alla previdenza complementare al versamento di una quota minima del Tfr. La lettera e bis dell’articolo 10 del Testo unico delle imposte sui redditi ( modificata dal decreto legislativo 47/ 2000) stabilisce che, se alla formazione del reddito complessivo del contribuente concorrono redditi di lavoro dipendente, relativamente a tali redditi, la deduzione compete per un importo complessivamente non superiore al doppio della quota del Tfr destinata alle forme previdenziali collettive. Il principio non si applica— nel senso che la deducibilità è garantita anche se il Tfr non viene trasferito — quando non esiste un Fondo negoziale, cioè un Fondo nei cui confronti il datore di lavoro è contrattualmente obbligato a versare i contributi e quindi anche il Tfr. Non si applica inoltre nei confronti dei lavoratori che hanno aderito alla previdenza complementare prima del 28 aprile 1993 (cosiddetti «vecchi iscritti»).

              Con le proposte dello schema di decreto legislativo varato dal Consiglio dei ministri il 1° luglio, la spinta verso la trasformazione in «accantonamento previdenziale » si fa più incisiva. Il comma 7 dell’articolo 8 del provvedimento, prevede infatti, come regola generale, che il Tfr che maturerà dopo l’entrata in vigore del decreto debba essere trasferito alle forme pensionistiche complementari, anche indipendentemente da una adesione " compiuta" ai fondi stessi, cioè anche in assenza di una contribuzione a carico del lavoratore e del datore di lavoro. Per evitare questo trasferimento, i lavoratori che non intendono aderire alla previdenza complementare, dovranno dichiararlo in modo esplicito entro sei mesi dalla data di entrata del provvedimento o, se assunti successivamente, entro sei mesi dalla assunzione.

              Per i lavoratori dipendenti si porrà pertanto nei prossimi mesi, il problema di decidere se continuare a puntare su una somma immediatamente e totalmente disponibile in caso di cessazione del rapporto di lavoro o se trasformarne radicalmente la natura.
              Il trasferimento alla previdenza complementare comporta infatti l’allungamento dei tempi di percezione: il lavoratore riceverà il Tfr non più ogni volta che cessa il rapporto di lavoro, ma solo quando matura i requisiti per il trattamento previdenziale da parte del Fondo e cioè quando raggiungerà una età anagrafica da un minimo di 60 anni ad un massimo di 65 a seconda del regime pensionistico al quale appartiene.

              Ne diluisce anche il modo di percezione. Solo una parte infatti potrà essere percepito in una unica soluzione. Il resto dovrà necessariamente essere trasformato in rendita periodica, cioè una minipensione che sarà corrisposta mensilmente. Sarà diverso anche il " rendimento": Il tfr che resta in azienda continuerà infatti ad essere rivalutato secondo le regole fissate dall’articolo 2120 del Codice civile, che in ogni caso garantiscono un rendimento fisso pari all’ 1,5% più il 75% dell’aumento del costo della vita, rendimento sicuramento " dignitoso" in particolare in periodi caratterizzati da una bassa inflazione. Il Tfr che confluirà nei fondi sarà invece soggetto alle fluttuazioni dei mercati finanziari. In questo periodo in particolare, risulta quasi sempre vincente il Tfr che resta in azienda. Il trattamento retributivo è « prestato » al datore fino al termine del rapporto Il Governo prova un’accelerazione per l’utilizzo in chiave previdenziale