“Commenti&Analisi” Un Primo Maggio in surplace (P.Ichino)

02/05/2005
    domenica 1° maggio 2005

    SINDACATI

    Un Primo Maggio in surplace

      di Pietro Ichino

        Primo Maggio unitario in apparenza, quello di quest’anno; in realtà, Cgil, Cisl e Uil unite non sono. E non è affatto chiaro se aspirano a esserlo. Andranno insieme nelle piazze di tutta Italia con slogan comuni, unite nella protesta contro il declino industriale italiano, contro i ritardi nei rinnovi dei contratti collettivi, contro il lavoro precario e i salari
        troppo bassi; ma non concordano affatto sulla strategia per uscire da questa scomodissima situazione in cui il Paese si è cacciato.
        In una situazione come questa, la sola cosa che il sindacato possa fare nell’interesse dei propri rappresentati è concordare con le imprese un progetto coraggioso e incisivo per il rilancio della capacità
        di competere nei mercati interni ed esterni.

        Se possibile anche con il governo; ma essenziale è innanzitutto l’accordo con le imprese. Il problema è che Cgil, Cisl e Uil dissentono non soltanto sul contenuto di quel possibile progetto, ma anche sul metodo per risolvere il dissenso, che oggi paralizza la contrattazione o ne riduce drasticamente gli spazi, sul ruolo e il peso da attribuire al contratto nazionale e a quelli di livello inferiore, aziendali ed eventualmente regionali. Per dare il colpo di reni di cui il Paese ha bisogno, occorrerebbe innanzitutto un sistema di relazioni industriali ben strutturato, capace di valorizzare il pluralismo sindacale invece che lasciarsene paralizzare; ed è proprio quello che oggi in Italia manca.

        Nel luglio scorso il neo-eletto presidente della Confindustria Cordero di Montezemolo invitò i sindacati a una trattativa, mettendo subito sul tappeto una proposta circa il nuovo assetto della contrattazione collettiva. Il segretario della Cgil abbandonò bruscamente il tavolo con questa motivazione: «Non possiamo incominciare a discuterne prima di aver elaborato una posizione unitaria delle tre confederazioni sindacali su questo punto». Due commissioni di esperti di Cgil, Cisl e Uil avrebbero dovuto elaborare soluzioni condivise da proporre a loro volta agli imprenditori, una sulla riforma del sistema della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro, un’altra sulla struttura della contrattazione collettiva. Le due commissioni, riunitesi in autunno, si sono limitate a constatare dissensi apparentemente insuperabili. Poi, non un solo passo avanti: silenzio totale per un lungo semestre (durante il quale, come era prevedibile, tutti i problemi sono andati aggravandosi). Come se la questione non interessasse più a nessuno.

        Nelle settimane scorse, avvicinandosi la ricorrenza simbolica del 1° maggio, il Corriere ha tentato di riattivare il confronto. In un mio articolo del 25 marzo ho formulato questa proposta: poiché un’intesa strategica unitaria appare oggi impossibile, ci si accordi almeno su di un meccanismo semplice e snello che attribuisca ai lavoratori il potere di scegliere ogni due o tre anni la coalizione sindacale abilitata a contrattare con pieni poteri ed efficacia generale, nell’ambito di una categoria, oppure di una regione, o di una singola azienda; e si accetti la possibilità che, in questo modo, coalizioni maggioritarie diverse possano sperimentare, a livello di settore, di regione o di azienda, strategie differenti, anche eventualmente tra loro contrapposte. La solidarietà tra le confederazioni si manifesterà, così, almeno in un patto di rispetto reciproco, nell’accettazione del possibile confronto tra modelli di sindacalismo differenti, legittimamente sperimentati in diversi contesti e a diversi livelli.

        A quell’articolo hanno risposto tutti: la Cgil confermando la propria storica preferenza per la regolamentazione della materia per legge; Cisl, Uil e Confindustria manifestando invece la propria preferenza per un accordo interconfederale; tutti comunque riconoscendo la necessità di darsi una regola generale che consenta di uscire dall’impressionante paralisi in cui si trova, ormai da tempo, il nostro sistema di relazioni sindacali di fronte alla crisi gravissima dell’economia nazionale. Poiché dunque tutti lo ritengono necessario, che cosa aspettano Cgil, Cisl e Uil a ripresentarsi al tavolo aperto da Confindustria un anno fa per stipulare almeno l’accordo interconfederale sulla «cornice», che consentirebbe di uscire dallo stallo, ridando spazio e fiato alla contrattazione delle nuove strategie?

        Se, a quasi un anno dalla brusca rottura della trattativa del luglio scorso Cgil, Cisl e Uil non saranno disponibili neppure per compiere questo primo passo, se per non compierlo si trincereranno dietro le rispettive pregiudiziali sulla scelta dello strumento (legge o accordo interconfederale?), allora vorrà dire che il sindacato italiano non ha alcun contributo da dare al Paese per uscire dalla crisi. Se le cose stanno diversamente, i comizi del 1° Maggio sono una buona occasione per dare un segnale, per voltare pagina rispetto a un anno del tutto inconcludente.

        Questo intervento chiude il dibattito aperto dallo stesso Ichino il 25 marzo, al quale hanno contribuito Bonanni (Cisl) il 29 marzo; Bombassei (Confindustria) l’11 aprile; Guzzonato (Cgil) il 19 aprile; Angeletti (Uil) il 28 aprile.