“Commenti&Analisi” Un paese rimasto indietro (A.Penati)

07/10/2005
    venerdì 7 ottobre 2005

    Pagina 41 – Economia

      Declino e rassegnazione
      Un paese rimasto indietro

        Alessandro Penati

          Fazio, il tormentone dei conti pubblici, Fiat e gli Agnelli, il dissesto Alitalia: la cronaca economica italiana è avvincente, ma distrae dal vero problema. Negli ultimi dieci anni l´economia è cresciuta mediamente dell´1,3%: come nell´Argentina del disastro, nel Giappone post bolla, o negli Stati Uniti della Grande Depressione, dal 1929 al 1940 (vedi grafico). Una crescita così bassa, fra l´altro, rende insostenibile il disavanzo pubblico (il gettito fiscale dipende dall´aumento del reddito), sempre più aggravato dall´invecchiamento della popolazione.

          Il Pil cresce se aumenta il numero dei lavoratori, o la capacità del singolo lavoratore di produrre (produttività). Negli ultimi dieci anni, Pil e occupazione sono cresciuti a un tasso simile: quindi la produttività è cresciuta poco o niente. Molto preoccupante: è la produttività che determina l´aumento sostenibile del reddito reale degli individui, quindi il loro tenore di vita. Dunque, non dobbiamo solo creare più posti di lavoro, ma anche rendere più produttivi quelli che già esistono. A questo servono gli investimenti. Non che in Italia non se ne facciano abbastanza: dedichiamo all´accumulazione di capitale circa il 20% del Pil, come gli Stati Uniti (dove invece si è avuto un´accelerazione della produttività), e quasi 4 punti più di Germania e Gran Bretagna. E la quota è in aumento costante da dieci anni.

          Evidentemente, investiamo in capitale a bassa redditività, nei settori sbagliati, per produrre beni i cui prezzi crescono meno di quello del capitale necessario a produrli. A partire dagli anni Settanta, tutti i paesi sviluppati, tranne l´Italia, hanno trasferito risorse dall´industria ai servizi; e il processo ha subito un´accelerazione negli ultimi dieci. Oggi il settore manifatturiero assorbe appena il 10% dell´occupazione negli Usa, il 14% in Gran Bretagna, il 16% in Francia e Giappone; ma il 22% in Italia. Solo la Germania ci sorpassa (23%). Ma mentre la Germania sta drasticamente riducendo, come gli altri, le risorse impiegate nell´industria (partiva dal 40% del 1970), l´allocazione di quelle italiane è simile a quella di trent´anni fa. Quella che viene percepita come "deindustrializzazione" (la produzione che va nei paesi a basso costo), è uno spostamento verso i settori dove la crescita della produttività è maggiore (i servizi, contrariamente al credo popolare); e una specializzazione nei manufatti ad alti margini (dove prevalgono tecnologia, distribuzione, design). La prova è che in America, negli ultimi dieci anni, l´occupazione è crollata, ma la produzione di manufatti ha tenuto il passo dell´economia.

          Accadde lo stesso agli inizi del Novecento, quando lavoro e capitale migrarono dalle campagne all´industria, dove la produttività era maggiore; senza che la produzione alimentare ne soffrisse, anzi. Chi avesse mantenuto tante risorse in agricoltura, non avrebbe potuto garantire il benessere del secondo dopoguerra. L´Italia, oggi, affronta una prospettiva simile: se non vuole optare per il declino, deve decidere rapidamente chi debba attuare questo trasferimento di risorse; chi lo debba finanziare; e chi pagarne i costi sociali. Qui cominciano i problemi.

          Con lo Stato che privatizza, il compito spetterebbe al capitale privato. Ma non lo ha voluto o saputo fare: invece di aprirsi al mercato e crescere, ossessionato dalla perdita del controllo, ha preferito rimanere sottodimensionato, tutelare le proprie nicchie, o acquistare col debito i cash flow sicuri delle imprese statali. Sarebbe insensato puntare sullo Stato, come negli anni Sessanta. Fra le poche storie di successo, molte sono di imprese pubbliche (Eni, Finmeccanica, Stm): ma per ogni successo, non si contano i disastri. Il capitale estero potrebbe svolgere un ruolo cruciale: ma, per non rompere la rete di relazioni e interessi nostrani, viene tenuto alla frontiera sventolando la bandiera degli interessi nazionali. Così, il flusso di investimenti diretti in Italia è tra i più bassi al mondo.

          Critico anche il finanziamento. La Borsa è servita per collocare titoli pubblici, vendere sogni, scommettere sulle contese per il controllo, smobilitare partecipazioni di minoranza, e convertire il debito di imprese dissestate. Mai per crescere. Il venture capital, non esiste; il private equity, finanziato principalmente da capitali esteri; le obbligazioni corporate, terra di abusi. Rimane, come dieci anni fa, il sistema bancario, che però preferisce collocare prodotti presso le famiglie (a caro prezzo), o fornire ai privati le risorse necessarie a mantenere il controllo. Per i costi sociali, ci dovrebbe essere il welfare. Ma tutte le risorse dello Stato sembrano dedicate a elargire pensioni anche a chi è troppo giovane, e garantire un salario anche a chi, avendo "il posto", non ha nessun motivo di pensare al lavoro.