“Commenti&Analisi” Un paese in crisi di nervi – di M.Unnia

04/03/2003

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
053, pag. 5 del 4/3/2003

di
Mario Unnia


Le responsabilità sono della politica.

Un paese in crisi di nervi nelle mani di avventurieri

È ormai evidente che da noi sta salendo una febbre che non promette niente di buono. Dagli stadi devastati dagli ultrà alle massicciate dei treni e alle prossime banchine dei porti occupate dai disobbedienti, dal picchettaggio ai cancelli delle fabbriche contro chi non intende scioperare alle adunate dei pacefondai e agli appelli alla disobbedienza di Casarini e Cofferati, si coglie un’eccitazione scomposta, una tensione crescente, l’aspettativa, fra il timore e la speranza, di eventi risolutivi. Che senso dare a questi accadimenti?

È un dato di fatto che il nostro paese vive questi mesi prebellici con una partecipazione emotiva che è inversamente proporzionale al suo reale peso diplomatico e militare. Contiamo poco più del due di picche nello scenario planetario, eppure in nessun angolo dell’Europa e dell’Occidente la guerra contro l’Iraq è percepita come una questione di sopravvivenza nazionale, mentre si sa che i figli di mamma italica non rischiano di versare una goccia di sangue nel deserto. Anche un antiamericanismo di tipo del tutto ideologico ha raggiunto un picco nell’opinione pubblica italiana tale da fare invidia a certi paesi musulmani: quando è noto che l’antiamericanismo dei francesi, per esempio, ha delle solide ragioni commerciali, e quello dei tedeschi è ispirato da sentimenti di spudorato revanscismo.

Quanto alla violenza negli stadi e ai cancelli delle fabbriche è risaputo che, là dove c’è concentrazione di persone, c’è pure concentrazione di sentimenti caldi e passioni forti. Questi luoghi sono oggi emblematici di un clima collettivo che progressivamente si sposta dalla tolleranza all’intolleranza, dal confronto allo scontro. La piazza, dunque, i luoghi di lavoro e i templi del diporto collettivo ci avvertono di un mutamento in corso nella società: sono come le prime scosse che anticipano i terremoti a seguire.

Se dunque questi sono i segnali, qual è il fattore scatenante? Perché sale la febbre? La febbre sale perché il paese è di fatto allo sbando. Ciò che avviene nelle piazze, nelle fabbriche, negli stadi è il risultato della volontà conflittuale di minoranze, che sono alla ricerca di occasioni di sfogo conflittuale.

Ma non illudiamoci, i movimenti sociali sono sempre anticipati dalle cosiddette ´minoranze intense’ le quali mirano a obiettivi di contestazione pacifica, o di destabilizzazione e di eversione vera e propria. A queste avanguardie, se avranno successo, seguiranno le maggioranze pecorone, furbastre, o semplicemente ingenue, guidate da leader venturosi all’altezza dell’opportunità del momento

Tutto quanto succede è imputabile solo alla politica. Da anni la politica manca al suo ruolo prioritario, raccogliere le domande della società, interpretarle, armonizzarle e trovare soluzioni che soddisfino l’interesse collettivo: al contrario, governo e opposizione si sono ridotti a una confrontazione tra blocchi che si delegittimano reciprocamente; la non fiducia dei cittadini nelle istituzioni si accompagna al disprezzo per la classe politica (vedi i sondaggi d’opinione); la coscienza nazionale è moribonda, e non serve a rianimarla l’inno di Mameli cantato dai coniugi Ciampi con sincero trasporto.

I palazzi del potere si rivelano largamente impotenti (leggi la vicenda dell’indulto) e spesso tragicamente comici (leggi Rai), le decisioni escono mutilate dai veti incrociati e si insabbiano nelle procedure burocratiche (leggi riforma del lavoro, opere pubbliche). Ovunque si guardi c’è dissenso a priori, contrapposizione irriducibile, denunce di giochi perversi, sia la questione una delibera comunale, un tracciato di strada, un contratto di lavoro, un programma culturale, una rievocazione storica.

La situazione economica, dal canto suo, è come avvolta da una cortina fumogena che ottunde la percezione dei cittadini: si avverte che le cose non vanno bene, si spera che non siano proprio tragiche, si vorrebbe sapere ma si teme la verità. L’ombra lunga dell’indifferenza etica e del malaffare economico s’allunga e raggiunge gli ambiti più diversi, il calcio, la scuola, la sanità, la Rai e, ancora, le proposte di riforma della giustizia fino alle ragioni dell’attacco all’Iraq. E mentre la minoranza scende in piazza, la maggioranza della gente sembra estranea a tutto ciò: ma il fatto che 10 milioni di italiani scivolano in un torpore malsano guardando la soap opera dedicata alla contadina Maria Goretti ricorda il soffoco estivo che precede i temporali. Eppure, proprio il travaglio che gli italiani vivono nella lunga vigilia della guerra all’Iraq avrebbe potuto essere una occasione per ripensare la nostra identità collettiva, che non abbiamo più messa in discussione dall’esito della guerra civile parziale del ’43-45: chi siamo, dove ci collochiamo, che senso hanno le nostre alleanze, siamo pronti a rischiare un po’ del nostro torpore decadente per affermare i valori democratici in qualche altra parte del mondo. Le guerre hanno l’effetto di un richiamo alla realtà, muovono l’anima e impongono la riflessione. Nulla di tutto ciò è avvenuto e sta avvenendo. Abbiamo preso una complessa vicenda geopolitica che avrà ripercussioni sul nostro futuro a pretesto per un ennesimo litigio tra condomini frustrati: la retorica s’è sostituita alla riflessione, l’indignazione al giudizio. L’Italia è calamitata da Casarini e da Maria Goretti. Per fortuna non si intravede un avventuriero della politica che, a differenza degli attuali dilettanti, sia all’altezza del potenziale esplosivo di un paese in crisi di nervi: ma fino a quando?