“Commenti&Analisi” Un nuovo equilibrio tra i due livelli – di M.Tiraboschi

07/01/2003





Domenica 05 Gennaio 2003



Un nuovo equilibrio tra i due livelli


DI MICHELE TIRABOSCHI

Riconoscere – come ha fatto Guglielmo Epifani in una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera – che la moderazione salariale ha fatto il suo tempo significa anche ammettere che è necessario pensare a una nuova politica dei redditi e, soprattutto, a un modello contrattuale maggiormente coerente con i cambiamenti del mondo del lavoro, della economia e della società. La centralizzazione della contrattazione collettiva, stabilita negli accordi del 1992 e del 1993, ha indiscutibilmente contribuito al risanamento della finanza pubblica e alla riduzione del tasso di inflazione proprio grazie al contenimento delle dinamiche salariali. Tuttavia, in una situazione di assai modesta inflazione e con margini rivendicativi ammessi solo in funzione di incrementi di produttività, il sistema contrattuale a due livelli delineato nell’accordo del 1993 ha presto mostrato tutti i suoi limiti. Gli assetti della contrattazione collettiva non sono risultati sufficientemente articolati per cogliere le specificità dei mercati del lavoro su base territoriale, comprimendo così le enormi potenzialità delle politiche locali per l’occupazione. Illuminante, in proposito, la vicenda del Patto Milano Lavoro: una intesa innovativa e di stile europeo, orientata a obiettivi di inclusione sociale delle categorie deboli, contrastata tuttavia dai detrattori anche perché non in linea con gli assetti negoziali definiti nel protocollo del 1993. Ma anche la stessa contrattazione aziendale, che pure avrebbe dovuto accrescere la parte variabile della retribuzione e garantire flessibilità al sistema contrattuale, è stata insoddisfacente sia sul piano quantitativo sia su quello qualitativo, limitandosi a erogazioni di tipo tradizionale solo raramente collegate a parametri oggettivi di produttività. Ne sono risultati ostacolati gli aggiustamenti relativi dei salari e con essi, ancora una volta, gli sforzi sul versante delle politiche per l’occupazione. I limiti del modello contrattuale disegnato dall’accordo del 1993 sono stati evidenziati, già nel lontano 1997, dalla Commissione Giugni di verifica della attuazione del protocollo, che non ha esitato a parlare di vischiosità delle prassi precedenti, impreparazione "culturale" dei soggetti negoziali decentrati, resistenza ad allargare le materie oggetto di contrattazione (ad es. alla organizzazione del lavoro), ecc. Sulla base di queste considerazioni è stato avviato già nello scorso decennio un importante dibattito tra gli studiosi di relazioni industriali in merito alla articolazione degli assetti negoziali e, segnatamente, ai rapporti tra contratto nazionale e contratto aziendale. In questo stesso solco si è successivamente inserito il Libro Bianco sul mercato del lavoro che, coerentemente a quanto emerso in sede di riflessione scientifica, ha proposto alle parti sociali di rafforzare la contrattazione decentrata in modo da rendere più flessibile la struttura della retribuzione. Niente di radicale o eversivo, dunque, almeno per chi segua il dibattito in corso da anni nel nostro Paese sul futuro delle relazioni industriali. Dopo le inutili "polemiche da corrida" sul Libro Bianco e sul processo di riforma del mercato del lavoro avviato dal Governo – che hanno negativamente caratterizzato l’anno appena concluso – è davvero auspicabile che si apra ora un serio dialogo sulla riforma degli assetti della contrattazione collettiva: un dialogo che tragga spunto dagli attuali limiti del protocollo del 1993, senza tuttavia buttare, con l’acqua sporca, anche il bambino e cioè, fuor di metafora, quanto di buono c’è nella politica dei redditi del protocollo del 1993. Una maggiore enfasi sulla contrattazione aziendale e territoriale, lungi dal decretare la morte della politica dei redditi, potrebbe a questo proposito risultare coerente sia con il superamento di una logica di pura e semplice moderazione salariale sia con l’esigenza di rendere maggiormente effettivo il criterio generale di coerenza complessiva del sistema negoziale, già presente nel protocollo del 1993, in modo da tenere nel debito conto l’insieme delle voci di costo determinate nelle diverse sedi negoziali. Una volta spostato il baricentro del sistema contrattuale dal livello nazionale a quello aziendale e territoriale sarebbe peraltro possibile garantire non soltanto una più efficace distribuzione della produttività, ma anche una maggiore diffusione di quegli accordi sulla nuova organizzazione del lavoro da tempo auspicati, nell’ambito della Strategia Europea per la occupazione, con riferimento all’obiettivo della adattabilità delle imprese e dei loro lavoratori. Tutto questo significa, se non la fine della politica dei redditi, quantomeno la fine della contrattazione collettiva nazionale? Non necessariamente. Ed è questa comunque materia che non può che essere affidata alla autonomia delle parti sociali. Più semplicemente, e in coerenza con le indicazioni offerte dalla analisi comparata e dai periodici rapporti sul futuro delle relazioni industriali elaborati in sede comunitaria, pare opportuno che gli accordi in materia salariale tengano maggiormente conto dei differenziali di produttività, anche in relazione alla qualificazione dei lavoratori, al loro grado di coinvolgimento nel processo produttivo e, soprattutto, in funzione delle condizioni economiche e sociali presenti nelle diverse aree geografiche del nostro Paese. Questa è la condizione per sostenere la competitività del nostro sistema produttivo nelle sue articolazioni territoriali e di settore. Certo è, peraltro, che nella transizione da un sistema di contrattazione collettiva di tipo distributivo a un modello maggiormente orientato alla competitività e alle logiche occupazionali, il contratto nazionale di lavoro pare destinato a giocare ancora per lungo tempo un ruolo di rilievo. Auspicabilmente quel ruolo di "accordo quadro" – ipotizzato proprio nel Libro Bianco sul mercato del lavoro – capace di salvaguardare il potere di acquisto delle retribuzioni minime e contribuire al consolidarsi di un clima di fiducia reciproca tra gli attori del sistema di relazioni industriali senza necessariamente mettere in discussione i vincoli (virtuosi) di una politica dei redditi basata sulla logica della inflazione programmata.