“Commenti&Analisi” Un mercato dei servizi più libero ed europeo (F.Tumino)

31/01/2005

    domenica 30 gennaio 2005

    La Direttiva Bolkestein

      Un mercato dei servizi più libero ed europeo

        Franco Tumino*
        * Presidente Ancst-Legacoop

          Bene ha fatto l’Unità a dedicare un ampio servizio alla Proposta di Direttiva sulla liberalizzazione dei servizi in Europa, meglio conosciuta come Direttiva Bolkestein. Malgrado il suo enorme impatto (incide sul 50% del Prodotto interno lordo europeo), nel nostro Paese se ne parla solo tra addetti ai lavori, e tra i distratti in «pole position» sembra esserci il governo. Benvenuta dunque l’apertura di una discussione.

            C’è chi, in Europa ed in Italia, contestandone largamente i contenuti, chiede che l’Europarlamento la respinga. Non è questa la nostra posizione, noi siamo piuttosto per un atteggiamento «emendativo», teso a correggere, anche significativamente, le parti non accettabili della Direttiva, ma riterremmo contrario all’interesse collettivo, e del nostro Paese, un rigetto della Proposta di Direttiva.

              In sintesi le ragioni. Innanzitutto, non possiamo che essere d’accordo (tutti) con gli obiettivi di Lisbona: accrescere il tasso di occupazione e produrre una crescita maggiore sono proprio le condizioni necessarie per salvaguardare il nostro sistema di Welfare, altrimenti non sostenibile a fronte delle tendenze demografiche e del positivo allungamento delle aspettative di vita.
              Ma per realizzare Lisbona occorre creare sul serio il mercato interno nei servizi, distributivi e non distributivi, che rappresentano oggi il grosso del Pil europeo.

                Ma è proprio qui che il mercato interno ha fatto meno passi avanti; e ciò perché le barriere, normative ed amministrative, alla crescita e alla libera circolazione delle imprese esistono, e molto spesso non sono giustificate, penalizzando le imprese più dinamiche (e penalizzando altresì consumatori ed utenti).

                  E barriere esistono non solo tra i Paesi Ue, ma anche all’interno dei Paesi, e in gran misura anche in Italia, come l’esperienza quotidiana mostra, sia nel settore della Grande Distribuzione, sia in tanti comparti del terziario non distributivo.

                    Questi ostacoli indirettamente penalizzano anche i lavoratori, perché imprese meno competitive, meno in grado di produrre ricchezza e valore aggiunto, certamente deprimono i trattamenti retributivi.

                      Naturalmente, occorre essere certi di costruire un mercato aperto in cui a prevalere sia l’impresa migliore e più competitiva, piuttosto che l’impresa che vince perché comprime la tutela dei lavoratori; è su questo terreno soprattutto che va prodotto, a nostro avviso, lo sforzo emendativo.
                      Peraltro, occorre per correttezza dire che il punto più contestato, il Principio del Paese d’Origine (in base al quale i controlli sull’impresa sono svolti dal suo Paese, non da quello ove l’impresa va ad operare) è nella Direttiva accompagnato dal percorso della «armonizzazione complementare» (due anni di tempo per i Paesi per negoziare la omogeneizzazione delle loro normative) e dall’obbligo per il Paese di origine di fornire alle altre Nazioni tutte le informazioni sull’impresa necessarie ed utili.

                        Ma non vi è dubbio che le garanzie e le procedure di controllo previste nel testo attuale sono insufficienti e vanno rafforzate. Decisivo sotto questo profilo è prevedere la non applicabilità del Principio del Paese di Origine in caso di mancata armonizzazione. E stralciare esplicitamente i Servizi di Interesse Generale (il cui assetto normativo va pur tuttavia rivisto, ma con una proposta normativa ad hoc), e quei servizi più delicati e più difficilmente controllabili (e dove dunque è più difficile combattere la concorrenza sleale) come i servizi socio – assistenziali.