“Commenti&Analisi” Un discorso sul metodo per colmare il deficit di futuro (G.Berta)

28/05/2004

    28 Maggio 2004


    MOSSA D’ESORDIO: RIDEFINIRE CON CURA QUALE DEBBA ESSERE LO SPAZIO D’AZIONE DEGLI INDUSTRIALI
    Un discorso sul metodo per colmare il deficit di futuro

    di Giuseppe Berta

    CON il suo discorso d’esordio alla presidenza della Confindustria, Luca di Montezemolo ha voluto soprattutto riconfermare alcuni punti fermi che erano sembrati andare smarriti nell’azione organizzata degli imprenditori italiani degli ultimi anni. Ha restituito valore e centralità al tema dell’autonomia delle parti sociali dalla politica, che deve costituire – ha sottolineato – un carattere indiscutibile del modo d’essere della Confindustria. E, con un’ispirazione analoga, ha insistito sulla necessità di riportare le relazioni industriali nell’alveo di una dialettica fisiologica, chiudendo «la stagione dei dissidi e delle incomprensioni», cui si è proclamato estraneo.


    Non c’è dubbio che il suo sia stato, in larga parte, un discorso sulle questioni di metodo. Anche in questo il nuovo presidente si è differenziato dal predecessore, che aveva puntato invece su alcuni elementi programmatici, identificati allo scopo di restituire competitività al sistema italiano delle imprese. Ma poi, paradossalmente, la ricerca dei fattori di competitività era sfociata di fatto, per la Confindustria di D’Amato, in una posizione di fiancheggiamento di un governo che, con grande tempestività, aveva dichiarato di sottoscrivere praticamente per intero il programma degli imprenditori. Insomma, la strada dell’intesa sulle cose da farsi aveva condotto la Confindustria a intrecciare il suo cammino con quello di un esecutivo che s’era affrettato a dire di volere le stesse cose degli industriali, riducendo così il margine di autonomia necessario a giudicare i risultati effettivi dell’opera di governo.
    Senza trascurare il tema della competitività, Montezemolo ha impresso grande enfasi a criteri di riferimento basilari, sorta di autentiche norme di profilassi che devono essere osservate dalla rappresentanza degli interessi in ogni contesto e in ogni fase, a cominciare dall’autonomia della politica. Da questo punto di vista, il suo tentativo è parso consistere nel ridefinire con estrema cura quale debba essere lo spazio proprio della Confindustria, un territorio che non deve né essere invaso da altri soggetti né sconfinare in ambiti impropri per un’organizzazione di rappresentanza economica.


    Così, nella relazione, sono risuonati accenti critici su un versante delicato come quello del federalismo, accusato di produrre un localismo che minaccia di soffocare la vita delle imprese. È un rilievo essenziale, che confligge con la direzione di marcia imboccata dal sistema politico e descritta come un passaggio importante della strategia delle riforme governative. Montezemolo ha invece indicato nella deriva attuale verso il federalismo un ostacolo all’efficienza economica, per le risorse che rischia di drenare dall’economia reale a vantaggio degli apparati burocratici. Un segnale rilevante, in particolare, per fissare la prospettiva dalla quale la Confindustria si porrà nel valutare il processo politico.


    Più in generale, lo stile che Montezemolo ha scelto per la sua prima uscita pubblica si distingue anche per il rifiuto di stilare un nuovo cahier de doléances del mondo delle imprese. È bene che l’industria incominci col rifuggire da rappresentazioni in cui essa lamenta in primo luogo le penalizzazioni che deve subire e che si ribaltano sulla sua performance. È giusto quindi che Montezemolo metta l’accento su quel deficit di futuro connesso alla scarsità di giovani, anche all’interno delle imprese. «Aprire ai giovani» e non attendere che divengano vecchi per affidare loro delle responsabilità è, nel quadro dell’Italia d’oggi, qualcosa di più che uno slogan. Parlare di ricerca e di innovazione senza identificare le forze che ne devono essere le naturali portatrici significa infatti fare della retorica.


    Quanto alla questione delle relazioni industriali, la relazione del neopresidente della Confindustria spezza più di una lancia a favore dell’opportunità di riconsiderare il metodo della concertazione. Certo, Montezemolo ha badato a evocare più lo spirito originario della concertazione, quello alla base del Procollo Ciampi del luglio 1993, che la prassi in vigore nei suoi anni terminali. E non c’è dubbio che la sollecitazione a ripensare la concertazione dipenda in larga misura dal fatto che, dopo di essa, non si è creato nulla ed è rimasto soltanto un vuoto nelle relazioni industriali.


    Ma qui la prova che attende la Confindustria è delle più impegnative perché non sarà facile resuscitare uno strumento e un metodo che si sono estinti o di cui è stata decretata l’estinzione. La concertazione, inoltre, richiede anche una cornice politica, se non propensa ad essa, quanto meno non ostile. D’altronde, le vicende recenti delle relazioni industriali hanno restaurato delle pulsioni al conflitto che non sarà semplice sopire.


    Non occorrerà aspettare molto per vedere se, nei prossimi messimi, i princìpi di metodo che Montezemolo ha voluto ripristinare alla Confindustria si tradurranno, oltre che in una nuova dislocazione della rappresentanza imprenditoriale, anche in effetti concreti.