“Commenti&Analisi” Un costo troppo alto (P.Ichino)

09/01/2004




9 gennaio 2004

Un costo troppo alto
di Pietro Ichino
      Da un paio d’anni in Italia la frequenza degli scioperi, pur rimanendo nettamente inferiore rispetto agli anni 70 e 80, è notevolmente aumentata rispetto ai livelli molto bassi dei 90. Si potrebbe pensare che il fenomeno sia dovuto al venir meno di una cornice di obiettivi condivisi tra governo, imprenditori e confederazioni sindacali maggiori; in altre parole, staremmo pagando un prezzo inevitabile dell’abbandono della politica di concertazione degli anni 90. Questo però spiega soltanto una parte degli scioperi di questi mesi, e non quella che ha comportato i costi e gli allarmi maggiori per la collettività. Un’altra causa del fenomeno potrebbe cercarsi nell’aumento delle disuguaglianze tra i livelli di reddito. La distanza fra poveri e ricchi sta crescendo; ed è ovvio che in qualche misura ne derivi una diminuzione della coesione sociale. Senonché l’andamento della conflittualità sindacale, in Italia e negli altri Paesi, non sembra affatto correlato con l’aumento delle disuguaglianze. Non sono affatto i lavoratori più poveri a far registrare i tassi di conflittualità più alti. Scioperano con frequenza enormemente maggiore i lavoratori dei servizi pubblici rispetto a quelli dell’industria, del commercio e dell’agricoltura. E, fra questi ultimi, a scioperare non sono quasi mai gli irregolari, i precari, o i sotto-protetti, ma solo i dipendenti delle imprese maggiori. Anche in questo il mondo del lavoro italiano manifesta la spaccatura che lo attraversa: da una parte circa 9 milioni di lavoratori ben visibili, protetti dalla legge, dal contratto collettivo e dal sindacato, dall’altra parte circa 7 milioni pressoché invisibili, protetti poco o nulla, che non hanno voce ad alcun tavolo negoziale. Nei servizi pubblici, il record assoluto degli scioperi è detenuto dai controllori di volo, che guadagnano 50 o 60 mila euro l’anno; seguiti a ruota dagli altri addetti al trasporto aereo, ferroviario e cittadino, i cui standard di trattamento non sono certo i peggiori nel panorama generale.
      A ben vedere, la frequenza abnorme dello sciopero costituisce un problema in Italia – così come, in misura un po’ minore, in Francia – soltanto nel settore dei trasporti. La legge del 1990 sullo sciopero nei servizi pubblici ha funzionato nel complesso molto bene in tutti gli altri comparti; non ha funzionato, invece, proprio in quello dei trasporti, dove lo sciopero colpisce più direttamente e più visibilmente gran parte della vita delle persone e
      tutto il sistema produttivo. Qui, più che altrove, i sindacati confederali hanno perso terreno rispetto agli autonomi e ai Cobas, praticando la moderazione nelle agitazioni, ma sostanzialmente difendendo il diritto di autonomi e Cobas di non praticarla.
      È questo uno dei tanti handicap che affliggono la debole economia italiana. Affrontarlo è interesse vitale di tutti, a cominciare dai lavoratori stessi addetti ai trasporti. Ma sarà ben difficile risolverlo, se tra governo, imprese e dirigenti sindacali non maturerà una visione comune del problema fondata sulla consapevolezza che in questo settore il costo del conflitto è sempre di gran lunga superiore rispetto al valore della controversia da cui esso nasce.