“Commenti&Analisi” Un altro Paese è possibile (G.Epifani)

01/12/2004

    mercoledì 1 dicembre 2004
    pagine 1 e 26

    Un altro
    Paese
    è possibile

      Gugliemo Epifani

        Malgrado i goffi tentativi operati dal governo e da qualche organo di informazione che lo fiancheggia, l’andamento dello sciopero, la forza delle manifestazioni hanno dimostrato sostanzialmente tre cose.
        La prima. Che esiste un altro Paese, probabilmente maggioritario, fatto da lavoratori, giovani, pensionati, anziani, famiglie intere che comprende e condivide come la questione centrale che sta di fronte al futuro comune è quella dello sviluppo, della crescita e del lavoro. E che ha anche capito come questo è ed è stato il punto più debole e fallimentare dell’azione di governo di tutta questa fase della legislatura.

          Non è in sostanza un caso se i quattro anni di governo di Berlusconi coincidono con la media più bassa di crescita del resto dell’Europa, di una parte consistente del mondo e della storia passata del Paese.

            In secondo luogo questa giornata ha confermato che il tentativo del governo di presentare la riduzione delle tasse come uno specchio per le allodole, in realtà non è riuscito. E non è riuscito, non solo perché come dimostra lo studio tecnico che accompagna in Parlamento il provvedimento il 60% dei cittadini italiani non avrà riduzioni fiscali di alcun tipo, ma perché si capisce la strumentalità propagandistica di una scelta che non era il caso di fare e se si fosse fatta avrebbe dovuto e dovrebbe avere ben altre priorità, contenuti e riferimenti sociali.

              In terzo luogo la partecipazione alle manifestazioni e allo sciopero ha confermato la forza, la determinazione e la ragione del mondo del sindacalismo confederale, unito in questa battaglia per affermare una priorità diversa da quella scelta dal governo, per affermare una diversa idea sul ruolo e la funzione dei servizi pubblici fondamentali e per non dimenticare ed abbandonare a se stesso il Mezzogiorno. D’altra parte come è apparso evidente, i tentativi un po’ scomposti del governo non possono né potranno nascondere la verità sociale di questa fase della vita del Paese e il grande isolamento istituzionale e sociale che l’azione del governo incontra. Non incontra il sindacato confederale, non incontra i sindacati moderati, gran parte dei Comuni, le Province e le Regioni d’Italia. Non incontra il favore di una Confindustria giustamente e autonomamente preoccupata della prospettiva degli investimenti e della situazione industriale del Paese.

                Questo sciopero carica tutti di una nuova e diversa responsabilità. Tocca a noi continuare in questa battaglia che è insieme culturale, morale, civile, politica, sociale in modo tale che non si dia tregua ad un governo che continua a commettere errori su errori. E rimetta al centro dell’attenzione di tutte le vere e fondamentali questioni che interessano il Paese reale, in modo particolare quelle relative allo sviluppo che si chiamano una diversa politica industriale ed un diverso modo di intendere il sostegno e lo sviluppo nel Mezzogiorno.

                  Un’analoga responsabilità devono averla le forze dell’opposizione, quelle che si sono battute in questi anni contro scelte sbagliate, che non hanno condiviso una politica che oggi porta il Paese in una situazione davvero grave. Tocca a queste forze raccogliere una parte degli obiettivi, degli umori e delle sensibilità che si sono manifestate in questa giornata di lotta. Bisogna farlo con meno paura, con meno pigrizia e con meno divisioni, con più determinazione e con la capacità di indicare al Paese una credibile e compiuta strategia di cambiamento e di riforma.

                  Io credo che Paese sia pronto e reclami questo cambiamento e questa svolta. E non ci saranno furbizia, gioco tattico, tentativo di celare ancora una volta la realtà dei dati e dei fatti a ridurre la portata di questo bisogno di cambiamento. Perché questa domanda fondamentale vive nella condizione di milioni di persone. Di quelle che cercano un lavoro non precario, di quelle che chiedono alla scuola di essere una scuola almeno pari a quella degli altri Paesi, di coloro che chiedono servizi pubblici di qualità ed efficienti, di coloro che in sostanza non si rassegnano ad un declino del Paese che sarebbe insieme economico, industriale, civile, culturale ed anche morale.