“Commenti&Analisi” Troppo poveri per indignarsi (K.Davi)

09/01/2006
    domenica 8 gennaio 2006

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      Troppo poveri per indignarsi

        Klaus Davi

          UN recente sondaggio realizzato dall’Ispo di Renato Mannheimer e pubblicato dal Corriere della Sera dimostra grosso modo che l’80 per cento degli italiani non sta avendo particolari reazioni di fronte al caso della scalata Unipol a Bnl. Più o meno «solo» un 20 per cento, dunque, segue la vicenda di Consorte e compagni con maggiore interesse. Sul Messaggero, poi, il patron dell’Ispo si spinge oltre suggerendo addirittura al premier di parlare in tv di temi reali. «Reali?». Il caso Unipol è forse irreale? Detto dal sondaggista ufficiale di via Solferino, non è cosa da poco.

            E infatti proprio qui sta il punto: la saga intrecciata di Unipol e Antonveneta, e la sorte dei vari Ricucci, Fiorani, Gnutti, Fazio e Consorte che appassiona da questa estate soprattutto quotidiani e settimanali di opinione, fatica a penetrare nel target popolare: esattamente tra quell’80 per cento di italiani che pur orecchiando la vicenda, non se ne sente particolarmente toccato. Non ne capisce il senso, ne segue a fatica i passaggi.

              E pensare che da luglio in poi quintali di carta sono stati spesi per raccontare una storia di corruzione, comunque grave, e indicativa della degenerazione etica in cui versa una parte della nostra classe dirigente. E non sono mancati nemmeno momenti di ottimo giornalismo di costume, culminato nella descrizione dei personaggi della storia sulla falsariga dei racconti alla Gustave Flaubert (la mantide ciociara, Fiorani il banchiere seduttore, il finanziere d’assalto e senza scrupoli, la show girl con lo sguardo di ghiaccio) eccetera eccetera.

                Insomma, si è tentato di collocare tutto nell’immaginario popolare, in modo che attecchisse, e che gli italiani indignati e influenzabili diventassero molti di più.

                  Ma niente. Per ora il meccanismo non ha funzionato. D’altronde chi per mestiere si occupa di media non aveva certo bisogno del conforto dei sondaggi. Bastava gettare uno sguardo al day by day dei telegiornali: che si parli di Consorte, di Fazio, di Ricucci o di D’Alema non fa differenza, appena si tocca la vicenda «scalate», la curva dell’audience scende a picco, anche di due punti percentuali in un colpo. E questo non da ora. Chi scrive, ad esempio, aveva notato che nella Puntata di Porta a Porta con ospite Berlusconi, le vette d’ascolto non erano certo state toccate con gli argomenti sopra indicati, Bankitalia et similia. Morale: la storia dei «furbetti» non è ancora popolare. E, a mio avviso, sostanzialmente per 4 motivi:

                    a) Sul piano giudiziario eventuali responsabilità politiche sono ancora tutte da accertare. Bisogna capire se qualcuno abbia intascato tangenti. Con le indiscrezioni non si scava nell’immaginario. E se illazioni bastano per compilare articolasse di 120 righe, risulta difficile un retroscena nell’economia di un telegiornale. La comunicazione ha bisogno di uno o più accusati con reati possibilmente ben comunicabili. L’imputato Consorte da solo non fa audience. Per questo ora la drammaturgia collettiva per accendersi avrebbe bisogno assoluto di un politico (possibilmente non un peones) da mettere nel mirino.

                      b) Una volta individuato l’obiettivo, è necessario che il reato commesso susciti ed ecciti gli animi popolari. Per questo non basta certo una intercettazione. Per attivare l’audience pubblica e consentire che prenda vita un processo di indignazione collettiva, è irrinunciabile un meccanismo in cui anche il cosiddetto uomo della strada si ri-conosca. Tangentopoli ha dato corpo a questi meccanismi anche perché la gente si sentiva derubata dei «suoi» soldi dai politici. Cosa per altro acclarata dai giudici in seguito. Ma non si crea tutto ciò a tavolino. Ci vogliono prove e su questo punto spetta ai magistrati indagare e fare chiarezza, non c’è suggestione giornalistica che tenga.

                        c) Lo scenario in cui viviamo non aiuta: la crisi che attanaglia l’Italia è fra le più pesanti del dopoguerra. Il caro prezzi, il peggioramento della qualità della vita, il degrado della scuola pubblica, l’abbandono delle periferie, l’inefficienza dei trasporti, la crisi della natalità sono tutti temi che appassionano forse meno l’élite, ma interessano molto più di Consorte alla gente. Nella priorità della classe dirigente capire cosa ha fatto Consorte dei 50 milioni di euro finiti in misteriose consulenze è legittimamente prioritario. Al «popolo» però interessa di più se politici (e classe dirigente, leggasi quindi anche i giornalisti) offrano suggerimenti e prospettive per migliorare la qualità della loro vita.

                          d) Infine, quanto all’élite che stabilisce le priorità dell’agenda politica del Paese, essa ha subito – ricordiamolo – la prima pesante sconfitta con l’ascesa al potere del signor Silvio Berlusconi. Un uomo che degli attacchi da parte dell’establishment ha fatto la sua fortuna. Ora quello stesso salotto buono svolge una sacrosanta battaglia per la trasparenza degli affari e nei rapporti tra affari e finanziamenti ai partiti. Ma al momento non ha ancora trovato gli ingredienti per tradurla in linguaggio pop. Diversamente, l’indifferenza di quell’80 per cento degli italiani potrebbe tradursi in disinteresse. E di conseguenza il solco fra (autoproclamate) Élite e «non élite» potrebbe diventare ancora più profondo. Ma a quel punto, potrebbe ancora definirsi classe dirigente del Paese?