“Commenti&Analisi” Tre domande sui dati dell’Istat (N.Cacace)

04/02/2004



 Editoriali
 
     



Da l’Unità del 04.02.2004
 

Tre domande sui dati dell’Istat
di 
Nicola Cacace

Da anni, dal 1993, con accentuazione dall’avvento del governo Berlusconi, salari e stipendi perdono due volte potere d’acquisto, potere d’acquisto relativo perché crescono meno dell’inflazione “reale” e potere d’acquisto assoluto perché non partecipano alla distribuzione dei frutti della produttività. Della perdita di potere d’acquisto non darò cifre perché sono note da tempo. Ricordo solo (anche all’amico Garonna, capo ufficio studi della Confindustria, che commentando sul Sole-24 Ore la perdita di potere d’acquisto dei salari contrattuali ha ipotizzato un improbabile andamento più favorevole per i salari di fatto) che in periodi di vacche magre i salari di fatto crescono meno dei salari contrattuali. Ergo, se i salari contrattuali sono cresciuti, mettiamo 2% meno dell’inflazione, possiamo essere sicuri che i salari di fatto si sono ridotti almeno del 4%. Ed è questa la perdita di potere d’acquisto “reale” cui accennavo, causa dell’impoverimento dei due terzi della popolazione, ceto medio compreso.
Gli italiani sono scombussolati dai tanti, troppi indici d’inflazione diversi che si accavallano, 2,7% nel 2003 sul 2002 secondo l’Istat, 3,7% secondo l’Eurostat, una cifra doppia per le associazioni dei consumatori e per Eurispes.
Non voglio complicare la confusione dominante, ma, dopo aver calcolato personalmente un tasso di inflazione 2003/2002 sulla base dell’indagine Istat sui consumi delle famiglie del 3,4%, superiore di quasi un punto al 2,7% calcolato dall’Istat, un paio di domandine al nostro benemerito istituto di statistica , che ho sempre considerato tra i migliori d’Europa, mi sento di farle.
1)Perché l’Istat, nel calcolo dell’indice di inflazione FOI (famiglie di operai ed impiegati), usa pesi delle singole voci (alimentari, casa, etc.) diversi da quelli che si ricavano dalla sua indagine sui consumi delle famiglie? Mentre dal suo sito (
www.istat.it), in particolare dal documento “domande e risposte sugli indici dei prezzi al consumo” è scritto proprio questo: “ogni bene e servizio partecipa all’indice con un peso pari alla sua importanza sul totale dei consumi”, così come si ricava dall’indagine citata?
2)Perché l’Istat, nell’usare pesi diversi da quelli che egli stesso calcola (con l’indagine sui consumi delle famiglie), diminuisce il peso delle voci a prezzi crescenti (alimentari e casa) e di conseguenza aumenta il peso delle voci a prezzo stabile o calante (comunicazioni)?

3)Perché l’Istat, in particolare per la voce “abitazione, elettricità, gas ed acqua” sceglie un peso di 9,2 che è esattamente un terzo del peso come si ricava dalla stessa indagine Istat sui consumi, che è di 28,0?
Io ha calcolato l’indice dei prezzi al consumo utilizzando dati Istat, l’inflazione per le singole voci, alimentari, casa, etc. ed i pesi dell’indagine Istat sui consumi ed il risultato è 3,4%, ben più alto del 2,7% ufficiale.
Quindi la retribuzioni contrattuali italiane, anche nel 2003, sono state battute nettamente dall’inflazione, mentre le retribuzioni di fatto sono state addirittura strabattute, sia dall’inflazione che da una distribuzione dei frutti della produttività che definire iniqua e stupida è dir poco. Infatti essa è iniqua perché, utilizzando i dati ufficiali della contabilità nazionale, è facile calcolare che almeno da un decennio ad oggi i lavoratori dipendenti hanno perso dai due ai tre milioni di vecchie lire ogni anno essendo la quota dei salari sul Pil (al costo dei fattori, cioè al netto delle imposte) passata dal 49% al 46% circa. Ed i profitti dal 51% al 54% circa. Tre punti di Pil sono quasi pari a 75mila miliardi di lire del 2003, cioè circa 4,8 milioni di lire che ciascuno dei 15 milioni di lavoratori dipendenti avrebbe incassato in più se i frutti della produttività cioè l’aumento reale di prodotto, non fosse stato “incassato” tutto da uno solo dei fattori della produzione. Essa è anche stupida perché, impoverendo due terzi della popolazione italiana, produce una crisi dei consumi globali di cui l’intera economia risente. Infatti il record negativo di crescita del Pil italiano degli ultimi tre anni è dovuto essenzialmente alla domanda interna che è crollata.
L’impoverimento dei due terzi dei cittadini e l’arricchimento parallelo di un terzo privilegiato non è iniziato con Berlusconi, va detto per onestà. È iniziato nel 1993 con la consapevole scelta politica e sindacale di porre mano ai guai del paese, l’enorme debito e la volontà di non restare fuori dall’Europa. Oggi che siamo in Europa dobbiamo prendere consapevolezza che il paese ha bisogno d’altro, ha bisogno di giovani che possano seguire un loro progetto di vita e perciò devono poter vivere, studiare e lavorare in un clima che non penalizzi il lavoro, lo studio e la famiglia.
Il problema salariale, insieme a quello dell’istruzione permanente e dello stato sociale, sono e saranno i problemi principali su cui le parti politiche si scontreranno in Europa e in Italia. Insieme ad una politica fiscale compatibile con questi obiettivi, cioè progressiva e non regressiva alla Tremonti, la sola che può consentire uno Stato sociale all’europea e non all’americana, dove sempre più salute ed istruzione, giustizia e sicurezza, diventano beni per soli ricchi.