“Commenti&Analisi” Tra sciopero e negoziato (D.Di Vico)

13/10/2003






domenica 12 ottobre 2003

L’ANALISI

PREVIDENZA

Tra sciopero e negoziato
E nel centrosinistra si pensa al negoziato dopo lo sciopero

di DARIO DI VICO

      CAPRI - Adesso aspettiamo il 25 ottobre, il giorno dopo lo sciopero generale unitario. L’opposizione dal convegno dei Giovani Imprenditori ha mandato un messaggio di disponibilità a migliorare in Parlamento la riforma previdenziale, ma prima del 24 è improbabile che il dialogo possa fare ulteriori passi in avanti. Se la linea del «non basta dire di no» sembra esser divenuta maggioritaria, è anche vero che nessuno dei capi dell’Ulivo pensa di poter rompere con le grandi confederazioni.
      Tocca caso mai proprio ai leader di Cgil-Cisl-Uil ragionare per tempo e non farsi trovare spiazzati dalla velocità della politica. Nel nuovo scenario lo sciopero del 24 sa molto di rito, di prezzo pagato sull’altare dell’unità sindacale e della riapertura del negoziato. Amen. Ma già dalla mattina dopo, ripiegati bandiere e striscioni, Guglielmo Epifani, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti saranno chiamati a dare un contributo in positivo. La novità, dunque, c’è stata. A Capri Piero Fassino ed Enrico Letta, il segretario dei Ds e uno degli esponenti di punta della Margherita, hanno aperto uno spiraglio al confronto con il governo sulla riforma della previdenza. Ciascuno con il suo stile. Fassino ha abilmente miscelato la novità con giudizi sprezzanti nei confronti del ministro dell’Economia («ha ragione Prodi, quando uno vedeva Visco capiva subito che doveva pagare le tasse, oggi guarda Tremonti e capisce che può anche non pagarle»). Letta ha dato un saggio di onestà intellettuale definendo «efficace dal punto di vista comunicativo» il messaggio di Silvio Berlusconi a reti unificate ed ha anche aggiunto che va evitato ad ogni costo un replay del 2002, anno di grandi scioperi. Ancora non è chiaro quando gli uomini del centrosinistra parlano di rimodulare l’aumento del minimo contributivo necessario per andare in pensione, se pensano a un meccanismo che parta da subito o che invece inizi solo dal fatidico 2008. Una battuta di ieri di Fassino («anche la riforma Raffarin porta il minimo a 40 anni ma dal 2020») lascia adito a più d’una interpretazione.
      Giulio Tremonti messo di fronte alla novità è stato duttile.
      Davanti agli imprenditori ha incassato l’apertura ulivista con l’aria un po’ scettica di chi dice «al momento giusto vedremo». Ma non l’ha sottovalutata. Nonostante il duo Fassino-Letta avesse bocciato in toto la sua politica economica il ministro ha evitato la risposta a muso duro, ha ricordato di aver votato a suo tempo la riforma Dini («ma non era strutturale») e ha scelto di polemizzare più con il Governatore Fazio che con il segretario della Quercia. Il ministro sa che l’eventuale proposta di una rimodulazione dei minimi contributivi potrebbe riaprire nel governo una discussione già fatta e che lo aveva visto prevalere sugli esponenti di An, Gianni Alemanno e Mario Baldassarri. Vorrà Tremonti riazzerare tutto? In attesa del confronto parlamentare il ministro non vuole perdere il raccordo con la Confindustria, da sempre favorevole alla riforma ma critica sulla Finanziaria. Lo scorso anno aveva disertato Capri e aveva organizzato una conferenza stampa parallela a Roma con un duro attacco al presidente Antonio D’Amato.
      Venerdì invece è arrivato sull’isola per tempo e ha partecipato anche alla cena ufficiale all’hotel Quisisana. Subito dopo si è appartato con D’Amato e l’incontro è finito solo alle 2 della notte. Il leader degli industriali gli ha spiegato le accuse che nell’audizione parlamentare di venerdì aveva rivolto alla manovra. Ma Tremonti ha voluto evitare un nuovo scontro tra governo e Confindustria. E, ad ascoltare i toni (morbidi) usati ieri, anche D’Amato deve essersi convinto. Il presidente si è limitato a sostenere che la stabilità politica è una condizione importante ma non sufficiente, anche se poi ha fatto sapere di non voler fare alcun passo indietro sulle critiche ai condoni e allo spessore degli interventi sulla previdenza. Le cannonate le ha riservate invece al sindacato: «Avete preferito il condono edilizio alla riforma delle pensioni».