“Commenti&Analisi” Tra Ds e Cgil un divorzio consensuale (S.Cingolani)

28/01/2005

    venerdì 28 gennaio 2005

    column

    Tra Ds e Cgil un divorzio consensuale

      di Stefano Cingolani

        Dov’è la Cgil nel dibattito diessino? Ha cominciato alla grande, con un documento ambizioso e impegnativo, un programma di governo dal punto di vista del sindacato, con tanto di pace e guerra, globalizzazione, politica estera ed economica, per «scendere» fino a questioni terra terra come il salario, i contratti, l’occupazione. Un documento che prende di petto chi nel centrosinistra (leggi Francesco Rutelli) osa dire che non tutte le riforme del centrodestra vanno smontate. Aboliamole in toto – replica la Cgil – a cominciare dalla scuola, dalle pensioni e dal mercato del lavoro. Quel documento non ha fatto grandi passi in questi mesi nel dibattito alla base. E nella discussione al vertice, si è dissolto. Ha dell’incredibile. Non più tardi di due anni fa, era tutto un accapigliarsi sul sindacato-partito e sul destino politico di Sergio Cofferati. Sembrava che, dopo la cocente sconfitta del centrosinistra, l’onore dell’opposizione dovesse essere salvato dalla Cgil, l’unica rimasta in piedi, quindi l’unica in grado di occupare lo spazio lasciato vuoto. Che cosa è rimasto di quella stagione rovente?

        Addio cofferatismo. «Nulla». Spiega un alto dirigente Ds che preferisce non essere nominato, a una settimana dal congresso. Il documento, al di là dei suoi contenuti, è stato una scelta saggia per canalizzare la voglia di far politica e incidere all’interno del partito, ma senza per questo creare una corrente o un gruppo di pressione organizzato. Sono sassi nello stagno, o meglio message in the bottle, direbbe Sting. Il cofferatismo, così, risulta stemperato, anche senza essere preso di petto. Astuto, Guglielmo Epifani. Vuoi vedere che l’ex socialista è più togliattiano degli ex comunisti? «E’ cauto, ma sa che siamo entrati in una fase nuova – insiste il mio interlocutore – Ciò vale anche per noi diessini. La Cgil è un grande organismo, complesso, lento. Ha i suoi tempi, i suoi paradigmi, i suoi tabù. Va un po’ lasciata in pace. La cinghia di trasmissione non c”è più. Faccia quel che crede meglio, poi si giudicheranno i risultati. Come accade, in fondo, anche nei pariti socialdemocratrici europei».

          Benvenuti Cisl e Uil. Non c’è solo la Cgil, del resto. L’epoca del sindacato comunista, socialista e democristiano è morta da un bel pezzo. E non sono nati un sindacato governativo e uno antigovernativo, uno di destra e uno di sinistra. Tutto è più complesso, più sfumato. Ci sono i diessini nella Cisl e nella Uil. Ma, al di là delle affiliazioni di partito, è evidente che un partito candidato a tornare al governo debba tener conto anche delle altre due confederazioni. Certo, i diessini non mettono sulle stesso piano sindacati, confindustria, confcommercio o le altre associazioni professionali. «E’ evidente che il lavoro resta il nostro punto di riferimento – aggiunge l’anonimo dirigente – Il lavoro dipendente e quello indipendente. Ma ciascuno faccia il suo mestiere. In fondo vale anche per voi giornalisti. Son convinto da tempo che nemmeno il giornale di partito abbia più un senso. Il giornale d’opinione, certo. Quello amico, possibilmente. Ma deve essere una tribuna autonoma, dove c’è gente che tira la giacchetta a noi politici, lasciandoci poi fare il nostro di mestiere. Ecco, in fondo il sindacato lo vedo allo stesso modo. Difende gli interessi dei suoi associati, ci richiama, ci bacchetta persino. Ma ci lascia lavorare. Cioè, per non essere equivocato, lascia alla politica la sintesi, il perseguimento dell’interesse generale». Politique d’abord? La risposta è: «No, fine delle vacche sacre». Chissà quanti la pensano come lui al vertice Ds. Chissà quanti sono disposti a fare l’operazione che fece Tony Blair con le Trade Unions. Una volta rotto il cordone ombelicale, il sindacato non ha abbandonato il Labour Party né viceversa. Ma si sono emancipati entrambi. Ben vengano, dunque, i documenti sindacali per aprire il dibattito nei congressi di partito, se chi li scrive non pretende di tarsformarli nella piattaforma di un progetto pansindacalista.