“Commenti&Analisi” Tocco di classe (Galapagos)

01/10/2004






 
   
Venerdì 1 Ottobre 2004



 

Tocco di classe

GALAPAGOS

Per leggere la legge finanziaria occorre partire da alcuni nodi irrisolti, problemi che si sono aggravati negli ultimi anni, nella società e dell’economia italiana. In ordine sparso: un’economia bloccata, avviata verso il declino; un tasso di occupazione (cioè di persone che lavora in regola, fosse anche con lavori precari) di 7-8 punti (che diventano 20 punti per le donne nel meridione) inferiore a quello degli altri paesi; un’economia sommersa che supera il 20% del pil; un’evasione fiscale di dimensioni stratosferiche; una distribuzione del reddito (lo dice l’Istat) che negli ultimi anni – causa un’inflazione asimmetrica nelle conseguenze – è andata peggiorando, facendo dell’Italia uno dei paesi industrializzati nei quali è maggiore la concentrazione del reddito e della ricchezza. Ultimo, ma non ultimo il welfare: questo governo lo sta facendo diventare un optional. Un mare di problemi che avrebbe dovuto suggerire una politica economica mirata: far pagare chi, «scalciando», ha fatto «profitti di guerra». In questa finanziaria non c’è nulla di tutto questo. E’ come una prescrizione farmacologica che necessita del «bilancino» per cercare di scontentare un po’ tutti senza però fare veramente del male a nessuno. Salvo a quelle classi sociali che hanno già pagato duramente la politica di Berlusconi gli anni passati. Di più: la finanziaria sposta gli obiettivi della protesta: il «blocco» dei trasferimenti agli enti locali, accompagnato dalla possibilità di reintrodurre tiket, aumentare le rendite catastali, riaumentare le addizionali sulle imposte, aumentare l’imposta sui rifiuti urbani e via dicendo, sposta l’obiettivo della protesta focalizzandolo sugli enti locali nei quali le ultime elezioni hanno mostrato che la maggioranza è diventata minoranza.

Sull’evasione fiscale il governo non fa nulla: certo, rinegozierà con le organizzazioni di categoria gli studi di settore, ma l’evasione rimane abbondante e abbondantemente trascurata. Per i lavoratori, invece, non c’è nulla da negoziare, visto che la contrattazione, dice Maroni, è morta e sepolta. Per buon peso per loro è pronta una beffa: i redditi da lavoro dipendente nel 2005 cresceranno del 2,7%, è scritto nella Relazione previsionale. Cioè, si sottolinea, più del tasso di inflazione. Dimentica, il governo, di specificare che il prossimo anno, se le sue previsioni sono correte, la ricchezza del paese crescerà di oltre il 4%. Fate voi i conti: al manifesto risulta che c’è chi si mangerà una fetta crescente di reddito. Senza contare che i tagli al welfare finiranno per colpire i ceti medio bassi che si troveranno a pagare sempre di più le prestazioni. Anche i pedaggi su strade della viabilità ordinaria.

Ieri Montezemolo ha detto: «ci riserviamo di dare un giudizio sulla finanziaria». Insomma, per ora il governo assolto. Ma da buon «padrone» il presidente di Confindustria non ha esitato a dare una stoccata alla Cgil, alla quale, senza nominarla ha detto «smettiamola con la favola del declino industriale». Per gli industriali l’unica piccola sofferenza nella finanziaria la riservano la modifica degli incentivi, soprattutto per il Sud. Ma è poca cosa se confrontato con gli effetti negativi per il Mezzogiorno nel quale gli occupati stanno diminuendo, il lavoro sparisce nel nero e ricompaiono le valige, magari non di cartone, che caratterizzano una fortissima ripresa del flusso migratorio, come puntualmente segnalano le statistiche Istat. In ogni caso per gli industriali è già pronta la riduzione dell’Irap.

Non credete alle apparenze: in questa finanziaria c’è una continuità con la politica economica di Tremonti: anche se Berlusconi è «alla frutta» c’è il tentativo di ricompattare attorno al governo i poteri forti. La Confindustria per ora rimane alla finestra (capiremo qualcosa più oggi a Capri), ma la Banca d’Italia ha dato il suo benestare: per Fazio l’importante è tagliare. Poi sarà la provvidenza a rilanciare l’economia. E Berlusconi per ora respira: il suo blocco sociale, anche se un po’ scontento, per ora tiene. Fronteggiato da una sinistra sempre più divisa.