“Commenti&Analisi” Titoli di credito indicizzati per le pensioni (S.Zecchini)

09/01/2004

ItaliaOggi
Numero
007, pag. 1 del 9/1/2004
di Salvatore Zecchini

Titoli di credito indicizzati per le pensioni

Uno dei punti chiave della riforma pensionistica riguarda il modo con cui si potrà assicurare ai giovani lavoratori una consistente componente di previdenza integrativa a fronte delle esigue pensioni che otterranno con il sistema contributivo. I sindacati vedono l’oggetto del contendere soltanto nell’obbligo previsto nella proposta governativa di trasferire il tfr alla previdenza integrativa. Ma altrettanto cruciale, se non ancor più importante, è verificare se questa forma di previdenza garantisca che il capitale accumulato negli anni non vada perduto e che produca un rendimento minimo almeno comparabile a quello previsto attualmente per il tfr (1,5% per anno più il 75% dell’inflazione).

Su nessuna delle due condizioni vi è oggi alcuna certezza, tale da rendere conveniente per il lavoratore risparmiare al fine di investire nella pensione complementare. Anzi, i fatti venuti alla luce quest’anno gettano una pesante cappa di dubbi sulla possibilità che la previdenza complementare soddisfi queste due condizioni fondamentali. In particolare, i mancati rimborsi del capitale su bond sia governativi, come nel caso dell’Argentina, sia di società private, come Enron, Cirio e altre, contribuiscono ad allontanare il lavoratore medio da forme di risparmio finanziario.

Al tempo stesso, gli ultimi dati pubblicati dalla Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip) bastano a dissipare ogni illusione quanto all’adeguatezza dei rendimenti realizzabili in questo periodo. Negli ultimi tre anni e mezzo la stragrande maggioranza dei fondi pensione, senza distinzione tra quelli negoziali (frutto di accordi tra aziende e sindacati) e quelli liberi, o aperti, non è riuscita ad avvicinarsi al rendimento attribuito per legge alle risorse accantonate nel tfr, ovvero 14%. I fondi negoziali hanno prodotto un misero 1,7% per l’intero periodo, mentre quelli aperti hanno accusato forti perdite. L’unica eccezione è data da alcuni fondi aperti che investono soltanto in obbligazioni, i quali hanno conseguito rendimenti del 15,9%, tasso appena superiore a quello riconosciuto al tfr, ma al di sotto del 20,5% ottenibile in un portafoglio di raffronto (benchmark).

Si obietterà che tre anni sono pochi per giudicare la performance di queste forme di previdenza complementare. Per rispondere al giusto quesito su quale sarà l’esito tra decine di anni, quando si dovrà ricevere il frutto degli investimenti sotto forma di pensione, non si può rifuggire dal considerare i fattori che stanno all’origine di qualsiasi rendimento sul capitale. Questo in media dipende nel lungo periodo dalla crescita della produttività reale dell’economia nel suo insieme. Se il lavoratore investisse i suoi risparmi previdenziali in Italia e l’economia continuasse a crescere a tassi inferiori all’1% annuo al netto dell’inflazione, ben difficilmente potrebbe ricevere un reddito pari a quanto le norme vigenti attribuiscono alla parte di retribuzione destinata al tfr. Questa stessa norma con gli anni apparirebbe del tutto insostenibile, perché irrealistica.

Si potrebbe tuttavia impiegare questo risparmio in altre economie, come quelle emergenti, per esempio quelle asiatiche, le quali mostrano tassi di espansione e dinamiche della produttività di gran lunga superiori. In contropartita si dovrebbe accettare un più elevato livello di rischio riguardo al rimborso del capitale, oltre che dei suoi frutti, e si dovrebbe anche riconoscere che non vi è modo di impiegare tale risparmio nel potenziamento dell’economia italiana.

Inoltre, non è sufficiente guardare ai potenziali rendimenti lordi dei fondi pensione, in quanto gli oneri di gestione incidono pesantemente. Secondo la Covip, hanno inciso per lo 0,5% annuo sul patrimonio dei fondi negoziali e per l’1,8% per quelli aperti, per raggiungere punte del 9% per i piani previdenziali individuali. Secondo altre stime, l’onere sui fondi aperti in 30 anni ascenderebbe a livelli tra il 17 e il 29%.

Si potrebbe concludere che la previdenza integrativa non è in grado di mantenere le promesse di fungere da alternativa alla previdenza obbligatoria, se non ricorrendo a sofisticate tecniche. Eppure una soluzione esiste e risiede nelle mani dello stato. Consiste nell’emettere strumenti finanziari a lunga scadenza (dai 20 ai 30 anni), che oltre a godere della garanzia pubblica di rimborso del capitale offrano una copertura dell’inflazione e un tasso di rendimento reale di mercato. In particolare, si tratta di emettere titoli di credito a indicizzazione reale, destinati esclusivamente ai fondi pensione e caratterizzati da costi di gestione minimi. Essi andrebbero emessi solo su richiesta dei fondi pensione e sarebbero trattati su un mercato secondario ristretto a questi enti.

Il ricavato di queste emissioni può essere destinato a vari scopi, ma sarebbe preferibile che fosse indirizzato al finanziamento di investimenti pubblici che servissero a potenziare la produttività del sistema economico, come i grandi piani di infrastrutture previsti dalla legge obiettivo. Si realizzerebbe così un circuito virtuoso che consentirebbe ai giovani lavoratori di garantire le proprie pensioni in un futuro distante, investendo nel rilancio della produttività e senza incorrere nei pesanti oneri di una gestione privata di un portafoglio finanziario. Nessun obbligo di investire in questi titoli, ma le loro caratteristiche di garanzia, di protezione dall’inflazione e di rendimento ne farebbero la scelta naturale per gran parte dei lavoratori. Perché allora non si è pensato ancora a saldare in questo modo gli interessi dei lavoratori con quelli dello sviluppo dell’economia?