“Commenti&Analisi” Tanti contratti: la vera scommessa (P.Ichino)

15/07/2005
    venerdì 15 luglio 2005

    Pagina 1-16

    IL DIBATTITO

      Tanti contratti: la vera scommessa

      di Pietro Ichino

        «Possibilità di contrattare deroghe aziendali al contratto collettivo nazionale? No, grazie – risponde il segretario della Uil Luigi Angeletti nell’intervista al Corriere dell’altro ieri -, i trattamenti minimi sono già fin troppo bassi». Ma il punto è che la deroga può servire proprio per stare meglio, non per peggiorare le condizioni di lavoro. Vediamo perché e come, con tre esempi.

        1. Il costo per l’impresa di un operaio metalmeccanico di basso livello, se si applica il contratto collettivo nazionale, si aggira complessivamente intorno ai 25.000 euro all’anno. Nel nostro Mezzogiorno, molte aziende non riescono a reggere questo standard: se questo è il costo del lavoro regolare, assumono in nero.

          Ma nessuna impresa può crescere restando «sommersa»: l’economia sommersa è un’economia asfittica. D’altra parte, il costo della vita nelle regioni meridionali è mediamente inferiore rispetto a quello del Centro-Nord. Un contratto collettivo aziendale o regionale che riducesse lo standard minimo potrebbe favorire l’emersione del lavoro nero nel Sud e le possibilità di rafforzamento e sviluppo dell’economia meridionale.

          2. Anche nel Centro-Nord, del resto, un imprenditore che intenda investire in una nuova azienda potrebbe fare al sindacato questo discorso: «Per i primi due anni lavoreremo in perdita; vi propongo di abbassare il costo del lavoro per questo primo periodo a 20.000 euro l’anno; poi, se le cose come spero andranno bene, potremo aumentare le retribuzioni fino al 50% al di sopra del livello iniziale». Se il sindacato si fida della serietà dell’imprenditore, e la maggioranza dei lavoratori è d’accordo, perché non consentire loro di accordarsi per questa scommessa comune? In molti casi, impedire questa pattuizione – come essa è oggi impedita dall’inderogabilità degli standard fissati dal contratto nazionale – significa semplicemente impedire la nascita di una nuova impresa.

          3. Il contratto collettivo nazionale non si limita a stabilire dei livelli minimi di retribuzione: stabilisce anche dei livelli minimi di «contenuto assicurativo» implicito nel rapporto di lavoro contro eventi come il cattivo andamento del mercato, la malattia del lavoratore, la sua incapacità di adattarsi all’introduzione di una nuova tecnica produttiva, eccetera. Il contratto individuale di lavoro si trasforma così in una sorta di «polizza di assicurazione», nella quale il datore di lavoro funge da assicuratore; e il lavoratore, anche senza accorgersene, gli paga un premio assicurativo, in termini di minore retribuzione. I contratti di lavoro italiani si caratterizzano, da questo punto di vista, come quelli con contenuto assicurativo implicito più alto rispetto all’intero panorama europeo; il che spiega in parte i livelli retributivi italiani più bassi, a parità di costo effettivo per le imprese per unità di prodotto. Ora, supponiamo che i lavoratori di un’azienda scegliessero in maggioranza di allineare il contenuto assicurativo implicito del loro contratto, per uno o più aspetti, con quello dei contratti danesi o britannici, in cambio di una retribuzione maggiore (che essi scegliessero, cioè, uno scambio: minor sicurezza contro maggiore retribuzione). Perché non consentir loro questa scelta?

          Sul sito www.lavoce.info verrà pubblicata tra pochi giorni una proposta tendente a consentire questa scelta, anche in deroga al contratto collettivo nazionale, garantendo che a compierla sia un sindacato adeguatamente rappresentativo. Questo farebbe sì che in Italia possano confrontarsi modelli diversi di rapporto di lavoro, ma anche di rapporto sindacale in azienda. Ne risulterebbe valorizzato il pluralismo sindacale e potrebbe sperimentarsi anche da noi più largamente quella «scommessa comune» tra impresa e lavoratori che in altri Paesi ha dato sovente risultati molto positivi.

            Certo, per attivare questo meccanismo in una situazione di dissenso tra i sindacati, occorre stabilire quale di essi è abilitato a contrattare: non per inibire il pluralismo sindacale, ma, al contrario, proprio per consentire al pluralismo di esprimersi. Sul Corriere di ieri il segretario della Cisl Savino Pezzotta è tornato a esprimere l’opposizione della Cisl a un meccanismo che attribuisca il potere negoziale pieno alla coalizione sindacale che raccoglie la maggioranza dei consensi. Ma non ha chiarito quale altro criterio proponga la Cisl per l’individuazione, in caso di dissenso, del sindacato abilitato a contrattare. Il ritardo della Cisl nel prendere una posizione chiara su questo punto contribuisce a bloccare la riforma del sistema non meno della riluttanza della Cgil ad accettare uno spostamento del baricentro della contrattazione verso la periferia.