“Commenti&Analisi” Tante ipotesi per rivedere il «vecchio» modello contrattuale (G.Baglioni)

24/07/2003




        Giovedí 24 Luglio 2003

        ITALIA-LAVORO
        Analisi


        Tante ipotesi per rivedere il «vecchio» modello contrattuale


        di GUIDO BAGLIONI

        Gli effetti dell’accordo del ’93 sono risultati positivi. A partire dal fatto che è cresciuto il grado di riconoscimento e di dialogo fra sindacati e imprese. Viene inoltre da tutti riconosciuto l’apporto dato dalla riduzione dell’inflazione, è stato complessivamente difeso il potere d’acquisto dei salari, sono state quasi contenute le rivendicazioni dei settori non sottoposti ai vincoli del mercato. Ma lo stesso protocollo prevedeva verifiche ed eventuali correttivi per il 1997. Sono passati altri 6 anni e, naturalmente, le condizioni di oggi sono assai diverse da quelle ’93. Oggi la posizione di competitività della nostra economia risulta peggiorata, si sono moltiplicate le figure e i profili contrattuali, i rapporti tra Cgil, Cisl e Uil sono diventati difficili.
        Per questo e per altri aspetti, è in corso da tempo un dibattito fra gli attori interessati. Concordi nel dire che il Protocollo va salvato in primo luogo per lo spirito lungimirante che lo animava e, tuttavia, è opportuno introdurre aggiustamenti. Non meno d’accordo, allo stesso modo, sull’entità di tali aggiustamenti: per alcuni devono essere modesti, per molti altri piuttosto consistenti. Questi ultimi chiedono più decentralizzazione della contrattazione, spiccata valorizzazione dei negoziati territoriali, revisione e contenimento della dinamica salariale dei contratti nazionali, distribuzione degli effetti della produttività nell’ambito del secondo livello.
        I contratti nazionali vanno salvaguardati e rispondono alla fondamentale esigenza della tutela generalizzata, normativa ed economica nel primo caso. Nel secondo caso, viene proposta una riduzione del numero dei contratti, data la funzione appena detta. E rispetto al Protocollo del ’93 che contemplava numerosi elementi (anche la produttività) per la dinamica salariale, sembra prevalere ora l’aspetto del salario minimo connesso alla difesa del potere d’acquisto. Ma la situazione attuale ignora le differenze del costo della vita e, ad esempio, non avvantaggia i lavoratori del Centro Nord o gli imprenditori del Sud. Da qui il problema delicato di come disporre i contratti nazionali che tengano conto di tali differenze. E un problema di equità. I costi sociali di tale situazione possono essere ridotti con il rilievo che dovrebbe assumere il secondo livello. Ma allora l’aggiustamento periodico dei contratti nazionali dovrebbe essere prudente e sdrammatizzato, perché non si può avere un sistema contrattuale con due livelli entrambi corposi. In tal modo si facilita in particolare il rispetto dei contratti nelle piccole e piccolissime imprese.
        Al secondo livello territoriale, la contrattazione collettiva – di area, di distretto oppure di categoria o settore – dovrebbe essere favorita e garantita dagli accordi di bilateralità. Essa potrebbe rivedere i salari in ragione della produttività media del contesto e di altri fattori ambientali. La considerazione della produttività media, seppure più congrua di quella nazionale, e tutt’altro che rigorosa. Questo limite può essere corretto a questo livello con inclusioni ed esclusioni mirate, fondate su specificità riconosciute. Questo livello andrebbe esplicitamente previsto con accordo confederale e nei contratti nazionali, e attivato su richiesta delle parti o di una di esse.
        Molti sostengono (e così il Protocollo del ’93) che la sede più adatta per distribuire i vantaggi della produttività e dei risultati è l’impresa. Si tratta di una affermazione inconfutabile. Rispetto al livello territoriale, gli accordi di impresa o di gruppo accrescono la profondità della contrattazione.
        Con questa impostazione gli accordi di impresa non si configurano come un terzo livello, dato che possono essere alternativi ai contratti territoriali. Essi, in sostanza sono una variabile del secondo livello, con il quale convivono con piena autonomia e portano la logica negoziale laddove si lavora e si produce.
        Per quanto riguarda il dibattito sul riassetto del sistema contrattuale tre sembrano essere i punti salienti. Il riassetto, pur in attesa di maggior concertazione, appare centrato sulle relazioni industriali e sul ruolo delle parti sociali. La preoccupazione primaria è quella di non violare le soglie della compatibilità e, insieme, di non avere aree e situazioni senza una distribuzione dei costi e dei vantaggi. L’articolazione contrattuale, infine, fondata su dati oggettivi (settore dimensione dell’impresa, mercato del lavoro) comporta molte differenze fra i lavoratori, necessariamente attenuate dalla volontà comune di disporre dell’insieme dei rapporti di lavoro con regolazione e con la sua applicazione.