“Commenti&Analisi” Sussidiarietà per crescere (G.Vittadini)

02/05/2005
    domenica 1 maggio 2005

      COMMENTI E INCHIESTE – pagina 8

      LOTTA AL DECLINO Proposte per uscire dall’impasse del vecchio Welfare state: impegnarsi a stare sul mercato senza andare contro la società
      Sussidiarietà per crescere

        Di Giorgio Vittadini*
        * Presidente Fondazione per la sussidiarietà

          Ce la faremo? Tra precoce declino e rinnovato sviluppo » : è il tema del convegno organizzato domani a Milano ( Aula Magna Università Statale, via Festa del Perdono, 7) dalla Fondazione per la sussidiarietà. Intervengono Alberto Quadrio Curzio, Michele Salvati, Giulio Tremonti e Giorgio Vittadini. N egli ultimi giorni abbiamo ancora una volta cercato risposte alla questione che la Fondazione per la sussidiarietà pone da tempo come prioritaria: l’Italia è in declino? Che fare per contrastarlo? Abbiamo ascoltato il dibattito politico economico attorno alla nascita del nuovo Governo riguardo alla politica finanziaria italiana.

          Abbiamo capito che l’Irap verrà probabilmente riformata, pesando meno sul costo del lavoro. E questo darà sollievo immediato all’occupazione e quindi a redditi e consumi, ma potrebbe non bastare per rilanciare la competitività delle imprese italiane.

          Non abbiamo comunque visto emergere ipotesi condivise da entrambi gli schieramenti politici su come generare o spostare risorse nei conti dello Stato e del Paese.

          Ammesso che siano praticabili, come utilizzare al meglio i cosiddetti " tagli alle tasse" per lo sviluppo? E come ripensare una nuova politica di sostegno alle famiglie? Quando a Milano i tranvieri in sciopero hanno ripetutamente paralizzato la città, molti hanno avuto l’impressione che il problema non fosse ( e non sia tuttora) risolvibile solo con un aumento di stipendio lordo di 80 euro al mese o una riduzione delle imposte per 50, perché molte famiglie vedono davanti a loro un orizzonte sempre più chiuso. Vorrebbero dare a figli una formazione adeguata e la scuola non risponde più. Oppure non colgono nel territorio una vitalità economica tale da aprire ai giovani un vero futuro occupazionale, professionale, imprenditoriale. È vero poi, che i soldi del vecchio Welfare state sono finiti, ma la via del cambiamento va imboccata in positivo: stando sul mercato ma senza andare contro la società. In questo senso una reale applicazione del principio di sussidiarietà potrebbe essere decisiva. Giulio Tremonti ha lanciato nei giorni scorsi l’idea di avviare una privatizzazione delle spiagge italiane attraverso la cartolarizzazione delle concessioni.

          Al di là delle considerazioni sulla validità della proposta, è evidente che sia necessaria una scossa turistica all’economia del Sud, come dimostra la recente indagine dell’Agenzia per il turismo mondiale dell’Onu. Si potrebbero in questo settore ipotizzare cooperative di giovani aiutate dal sistema bancario e da un sistema di incentivi. Gestiti dallo Stato o dalle Regioni? È un’altra questione di cui discutere.

          A Milano e in Lombardia si assiste a un nuovo clima politico in cui le istituzioni collaborano per il bene comune, come documenta la realizzazione di un nuovo polo fieristico di standing europeo. È stata una vera novità nel panorama italiano per il buon gioco delle parti tra enti locali ( di diverso orientamento politico) e capitali privati, a cui hanno concorso un’esperienza storica nel business espositivo e la presenza di una piazza finanziaria evoluta e con economie d’ambiente molto evolute nel design. È anche questo un esempio che mostra gli esiti positivi del metodo della sussidiarietà.

          Nelle ultime settimane non abbiamo perso di vista neppure l’attualità industriale e finanziaria. Abbiamo letto, ad esempio, che le sei maggiori banche del Paese hanno deciso di puntare poco meno di tre miliardi nella ristrutturazione del maggior gruppo industriale italiano, la Fiat, da tempo in crisi.

          La compattezza del sistema bancario nazionale a supporto dell’Azienda Italia è di per sé un buon segnale, ma non siamo sicuri che il resto degli imprenditori italiani— soprattutto i più piccoli— confermerebbero di sentire il mondo del credito così solido e amico, come lo sentono le famiglie che guidano Fiat o Telecom o Autostrade. Anche su questo terreno ci restano quindi più dubbi che certezze, mentre continuiamo a sforzarci di osservare le Opa estere sulle banche italiane con il metro dei fatti e delle idee e non con quello delle ideologie o degli interessi contrapposti.

            Una banca non è un’azienda come le altre per un sistema Paese. Meglio valutare attentamente prima di cederle all’estero o prima di farne oggetto di finanza fine a se stessa. Per questo abbiamo trovato condivisibile la preoccupazione espressa da Ferruccio de Bortoli sul rischio emergente di confondere l’impresa con l’affarismo, il profitto con la rendita. Un tema ripreso anche da Michele Salvati: il mercato non può essere confuso con la speculazione, il capitale (se è frutto di risparmi fatti col lavoro) non è sinonimo di soldi. Il pericolo — a Nord come a Sud, a destra come a sinistra — è uno solo: che l’anno che ci separa delle elezioni del 2006 venga speso male, tutto nell’attesa di spuntare un voto in più. Senza delineare (o fare) le scelte su cui valga la pena di votare.