“Commenti&Analisi” Sull’Europa c’è un incubo pensioni – di R.Brunetta

18/03/2003





              Martedí 18 Marzo 2003

                    Sull’Europa c’è un incubo pensioni
                    DI RENATO BRUNETTA

                          Le pensioni sono il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa. Esclusa dalle competenze dell’Unione europea, la materia previdenziale sta diventando sempre più di attualità per il suo impatto sulla sostenibilità delle finanze pubbliche. Tanto che la Commissione ha giustificato le sue proposte di interpretazione flessibile del Patto di stabilità e crescita con la necessità di consentire agli Stati membri con finanze pubbliche sane di attuare riforme strutturali tali da evitare un’imminente crisi dovuta agli eccessivi costi dei sistemi previdenziali. Francia, Germania, Italia, Spagna, tutti necessitano una profonda riforma del loro sistema pensionistico se non vogliono vedere nei prossimi 50 anni i loro deficit e debito esplodere. Perché ormai è chiaro che l’invecchiamento della popolazione rappresenta una sfida economica, finanziaria e sociale per gli anni a venire. I prossimi 50 anni vedranno infatti un grande cambiamento nella dimensione e composizione della popolazione degli Stati membri dell’Unione europea. I tassi di fertilità rimarranno a livelli molto più bassi di quelli necessari a stabilizzare la struttura delle singole società, mentre la speranza di vita aumenterà, sia per gli uomini che per le donne, di circa un anno ogni decennio. Le conseguenze di queste evoluzioni demografiche sono di diverso tipo. Innanzitutto la popolazione complessiva dell’Unione europea diminuirà da 376 milioni di persone nel 2000 a 364 milioni nel 2050, con un declino maggiore in Italia, Spagna e Germania; il numero di giovani di età compresa fra 0 e 14 anni scenderà da 69 milioni a 58 milioni; la popolazione in età da lavoro subirà un crollo del 20%, passando da 245 milioni a 203 milioni; infine, il numero di persone anziane (più di 65 anni) crescerà in 50 anni da 61 milioni a 103 milioni. Questi pochi dati, pubblicati dal Working Group on ageing populations, bastano per tirare la campanella d’allarme: se oggi ci sono quattro perone in età lavorativa per ogni pensionato, domani nell’Unione europea il rapporto sarà di due a uno. Le ripercussioni dell’invecchiamento della popolazione si faranno inevitabilmente sentire sul bilancio di ogni singolo Paese. La spesa per le pensioni pubbliche crescerà del 3-5% del Pil nella maggior parte degli Stati membri: se il Regno Unito è l’unico Paese che prevede una diminuzione della spesa previdenziale, gli altri vedranno un aumento della spesa compresa tra il 2-3% (per Italia, Lussemburgo e Svezia) e l’8-12% (per Spagna e Grecia che scontano un ritardo del fenomeno baby boom). Ad ogni modo il fenomeno dei baby boomers avrà effetti gravi ma transitori, mentre quello dell’invecchiamento ha carattere strutturale e permanente. Se a questi dati aggiungiamo l’aumento della spesa per la sanità pubblica conseguente ai mutamenti demografici sopra descritti, vediamo che l’impatto complessivo dell’invecchiamento della popolazione sulle finanze pubbliche si tramuterà nelle prossime decadi in una crescita del 4-8% della spesa pubblica sul Pil, con chiare ripercussioni quanto alla possibilità per gli Stati membri di rispettare le regole di bilancio dell’Unione economica e monetaria. Sulla base delle attuali politiche previdenziali dei Quindici vi è quindi un chiaro rischio di sostenibilità delle finanze pubbliche in almeno la metà degli Stati membri. La risposta dell’Unione europa a questa sfida demografica finora sconta il fatto che i Trattati escludano la materia della previdenza dalle competenze dell’Unione. Ma le difficoltà di fronte alle quali si trovano tutti gli Stati membri hanno permesso di ricorrere al metodo del "coordinamento aperto", una sorte di concertazione fra i 15, che ha prodotto il 17 dicembre scorso il "Rapporto congiunto della Commissione e del Consiglio sulle pensioni". Il prossimo 21 marzo il joint report verrà assunto dal Consiglio nella sua versione definitiva. Già al Consiglio europeo di Barcellona della primavera 2002, i Quindici si erano posti l’obiettivo di innalzare di 5 anni l’età media effettiva di pensionamento. Con il "Rapporto congiunto" si pongono le basi per l’implementazione di questo obiettivo attraverso diversi punti: perseguire un livello più elevato di impiego; offrire incentivi efficaci al prolungamento della vita attiva; riformare i sistemi previdenziali per garantire la loro stabilità; mantenere un giusto equilibrio tra popolazione attiva e pensionati; vigilare affinché i regimi pubblici e privati possano offrire trattamenti efficaci, accessibili, trasferibili e sicuri. Le linee politiche della Commissione sembrano però orientate a una sola considerazione: il problema della sostenibilità finanziaria degli attuali sistemi previdenziali può essere risolta attraverso il semplice innalzamento dell’età pensionabile, correlato all’aumento al 50% del tasso di attività delle persone comprese tra i 55 e i 64 anni. Secondo le stime dell’Esecutivo «con l’aumento di un anno dell’età effettiva del pensionamento, la crescita prevista della spesa pensionistica si ridurrebbe, nel 2050, di una percentuale del Pil compresa tra lo 0,6% e l’1%, permettendo così di assorbire circa il 20% dell’incremento previsto della spesa pensionistica». Se questo ragionamento non fa un grinza dal punto di vista teorico, rimangono molte domande aperte quanto alla sua realizzabilità. Basta guardare al caso dell’Italia, dove, una volta entrata a regime la riforma Dini, sarebbe necessario spostare in avanti di cinque anni i limiti del pensionamento flessibile e unificato, portando il minimo di età da 57 a 62 anni. Difficile immaginare che gli apparati politici e sindacali conservatori, che già oggi si oppongono a qualsiasi modifica delle pensioni di anzianità, non si arrocchino dietro la difesa dello statu quo. Gli stessi limiti si possono riscontrare in altri Paesi oggi alle prese con tentativi di questa riforma indispensabile: la Francia ha dichiarato che il limite dei 60 anni è un simbolo e, insieme al Belgio, mantiene inalterato il regime particolarmente generoso dei dipendenti pubblici. Per avere un esempio di governo illuminato della sfida demografica dobbiamo rivolgerci ancora una volta al Regno Unito di Tony Blair, dove si sta studiando l’ipotesi di alzare l’età pensionabile a 70-75 anni. Ma l’approccio della Commissione, fondato unicamente sull’innalzamento dell’età pensionabile, si scontra anche con un’altra serie di resistenze nazionali che rischiano di comprometterne definitivamente l’impianto. Lo vediamo chiaramente dall’incapacità dei Quindici di realizzare gli obiettivi che si erano posti al Consiglio europeo di Lisbona. La riforma del mercato del lavoro (o meglio: di 15 mercati del lavoro) non è stata realizzata, impedendo quegli aumenti dei tassi di occupazione, in particolare dei lavoratori più anziani, che sono indispensabili all’implementazione degli obiettivi del "Rapporto congiunto sulle pensioni". A questo bisogna aggiungere le barriere alla liberalizzazione dei mercati dei prodotti e dei fattori con, in particolare, il completamento del Mercato finanziario europeo. In altre parole, per far fronte alla sfida demografica che incombe sull’Europa, sarebbe necessaria una vera e propria rivoluzione anglosassone dell’economia continentale, a cominciare dalla liberalizzazione del mercato del lavoro e da una maggiore libertà economica per le imprese. Perché se è vero che la competitività si basa sulla conoscenza e sulla solidarietà, non dobbiamo dimenticare che è la libertà economica ad esserne il motore. Il rapporto sulla competitività dell’Unione Europea, presentato a gennaio dalla Commissione, mette in rilievo la dinamicità di alcuni Paesi contrapposta al ritardo degli altri membri dell’Ue. E ciò che colpisce è l’analogia fra la classifica della Commissione europea e quella dell’Index of economic freedom, che analizza il grado di libertà economica dei diversi Paesi del mondo e nella cui cartina gli unici Paesi europei "liberi" coincidono con quelli definiti "competitivi" dalla Commissione europea: Svezia, Finlandia, Danimarca, Regno Unito, Irlanda e Olanda. Inoltre, una risposta coerente alla sfida demografica implicherebbe una liberalizzazione dei flussi migratori verso l’Unione Europea. Invece, con la recente corsa a chiudere le porte dell’Europa all’immigrazione, non si è presa in considerazione la realtà economica di un continente che ha bisogno di meno rigidità e di immigranti specializzati e non specializzati. Gli effetti della miopia europea a questo riguardo rischiano di essere gli stessi della cacciata dei Moriscos dalla Spagna del XVII secolo. Quattrocento anni fa, il sentimento era analogo a quello di oggi: gli spagnoli pensavano che i musulmani rubassero il lavoro, che non spendessero abbastanza soldi, che non si sarebbero mai integrati, che potessero costituire potenzialmente una quinta colonna nemica e, soprattutto, che facessero troppi bambini. Vista i devastanti effetti economici sulla Spagna di allora, e in particolare su Valencia, i leader europei farebbero meglio a ricordare le parole del padre confessore di Filippo III nel 1633 : «È passato poco tempo da quando i Moriscos sono stati espulsi – un’azione che ha fatto tanto male al regno che sarebbe una buona idea averli di nuovo indietro». L’immigrazione (soprattutto specializzata e giovane) costituisce un’importante risorsa futura per i nostri sistemi previdenziali e può garantire efficienti indici di sostituzione nel breve periodo e l’inversione del ciclo della denatalità nel lungo periodo, con un investimento infinitamente più basso nelle politiche di integrazione. Ancora una volta, non è un caso se i Paesi più competitivi e con meno rischi di sostenibilità finanziaria dei sistemi previdenziali sono quelli, come Regno Unito, Danimarca e Olanda, che hanno aperto le loro frontiere agli immigrati. A tutto questo dovranno pensare i Capi di Stato e di Governo dei Quindici quando andranno a Bruxelles per il Consiglio europeo di primavera. All’ordine del giorno vi è il rilancio del processo di Lisbona, che voleva fare dell’Europa l’economia più competitiva del mondo in dieci anni. La storia degli ultimi due anni ci ha insegnato che non bastano le belle dichiarazioni e le buone intenzioni per realizzare questo obiettivo. È indispensabile invece superare gli egoismi nazionali e le contingenze di politica interna per avere un vero progetto di politica economica per l’Europa. È importante che vengano subito adottati gli orientamenti più diretti e precisi del "Rapporto congiunto sulle pensioni", ai quali affiancare un vasto programma di liberalizzazione del mercato del lavoro e dell’immigrazione. All’Italia, poi, con la presidenza di turno dell’Unione europea dal 1° luglio, toccherebbe il compito di iniziare questo processo di riforme. In una posizione contraddittoria, almeno sul versante Welfare, visto che alcuni centri studi mettono in guardia dal rischio che, rebus sic stantibus, il disavanzo pensionistico italiano passi dal 3% del Pil nel 2001 al 4,5% verso il 2010 e fino al 2030. Ma il Governo può sfruttare questa opportunità che viene dall’Europa per imporre a se stesso e all’Unione obiettivi di riforma ambiziosi. Se questa sfida non dovesse riuscire, con o senza Patto di stabilità, l’Europa e l’Italia rischierebbero l’instabilità finanziaria, l’indebolimento dell’euro e una stagnazione alla "giapponese".