“Commenti&Analisi” Sulle pensioni meglio una delega poco vincolante – di E.Fornero

06/05/2003



              Martedí 06 Maggio 2003
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              Sulle pensioni meglio una delega poco vincolante
              di ELSA FORNERO

              L‘incontro di oggi tra Governo e sindacati sulla delega previdenziale si preannuncia come non risolutivo ma comunque importante. Il Governo, infatti, da un lato ha interesse a "incassare" l’approvazione della delega da parte del Parlamento prima che incominci il semestre di presidenza italiana della Ue e senza ulteriori strappi con il sindacato; dall’altro, sembra convincersi che non si può chiedere troppo a una sola misura e che questa delega rappresenterà soltanto una tappa del percorso di riforma del sistema previdenziale, iniziato oltre dieci anni fa e caratterizzato da momenti di successo, seguiti da battute di arresto.

              Un elemento che può aumentare le possibilità di un risultato positivo riguarda la dimensione europea del problema (ribadita dai recenti progetti di riforma tedesco e francese), una dimensione che scaturisce dall’entità e dalla rapidità del processo di invecchiamento della popolazione e dall’impossibilità degli attuali sistemi di sicurezza sociale di farvi fronte senza imporre oneri troppo elevati alle generazioni future, cioè senza creare eccessivo "debito". Nell’analogia tra il debito vero e proprio, rappresentato da titoli, e il "debito previdenziale" implicito nelle promesse pensionistiche si può ravvisare il nucleo di una "Maastricht delle pensioni": per l’Italia (ossia per un Paese caratterizzato da una tradizionale fiducia nella capacità dell’Europa di imporre quella disciplina che da soli tendiamo a evitare) il riconoscimento dell’esistenza del problema e la ricerca di una "sponda" istituzionale europea potrebbe ridurre i forti attriti politici di un percorso di riforma soltanto nazionale.
              L’effettivo raggiungimento di un punto di incontro richiede però diversi passi indietro. I più importanti dovrebbe farli lo stesso Governo, nella consapevolezza che quanto meno si vincola con la delega tanto meglio potrà fare dopo. La delega, del resto, pur definendo finalità condivisibili, come quella di sviluppare la previdenza complementare, le traduce in strumenti talora blandi, talora discutibili. Appare blando l’impianto degli sgravi e delle decontribuzioni per incoraggiare il proseguimento del lavoro; mentre sono certo discutibili sia la decontribuzione a parità di pensione per le nuove generazioni, pur con lo scopo, in sé buono, di ridurre costo del lavoro, sia la devoluzione obbligatoria del Tfr a fondo pensione, in un contesto di non perfetta sostituibilità tra lo stesso Tfr e la ricchezza previdenziale.
              Riconoscere i punti deboli nell’impianto di strumenti ai quali il governo affida il raggiungimento dei propri obbiettivi, non vuol dire che abbiano ragione i sindacati, i quali ritengono che le riforme siano già state fatte e che occorra soltanto dare tempo alla loro attuazione, al più concedendo qualche correttivo per le pensioni dei lavoratori anziani (nella forma dell’estensione del pro rata, ormai sostanzialmente inefficace) e qualche "premio" per chi voglia continuare a lavorare, ma senza nessuna correzione alla pensione (attuarialmente iniqua) di che invece sceglie il pensionamento anticipato. In modo analogo, riconoscere l’improprietà del trasferimento obbligatorio del Tfr non equivale a considerare giustificata la pretesa dei sindacati di mantenere lo "steccato" a favore dei fondi occupazionali, almeno nominalmente eretto a protezione dei lavoratori dipendenti. L’obiettivo della previdenza privata di fornire una buona integrazione alle pensioni pubbliche si raggiunge infatti attraverso la promozione della concorrenza tra le diverse forme e la buona regolamentazione del mercato che riduca i costi e alzi il livello della trasparenza, e non attraverso la creazione di barriere.
              Per tutte queste ragioni non sarebbe saggio né per il governo né per il sindacato alzare il livello del confronto e trasformare le divergenze su una riforma previdenziale, che certamente non sarà definitiva, in una nuova guerra, come quella attorno all’articolo 18.
              In questa situazione, un punto di incontro tra governo e parti sociali potrebbe realizzarsi su un contenuto minimo, individuabile nella rispondenza della delega al requisito della coerenza rispetto alla riforma del 1995. Tale contenuto minimo può essere individuato nel rafforzamento degli incentivi al proseguimento del lavoro e nella devoluzione del Tfr con la formula del silenzio-assenso. Non ne deriveranno verosimilmente grandi risultati, ma sarà almeno preservato l’impianto del metodo contributivo, che è il punto di forza di quella riforma, un risultato che l’Europa stessa ci ha in questi anni ampiamente riconosciuto, e che in futuro andrà semmai rafforzato.