“Commenti&Analisi” Sulla rappresentanza la Cisl prepara la «svolta» (P.Ichino)

03/05/2004

    lunedì 3 maggio 2004

    Strategie

    E sulla rappresentanza la Cisl prepara la «svolta»

    di PIETRO ICHINO

    L’uscita del ministro Maroni sulla necessità di nuovi criteri oggettivi di accertamento della rappresentatività dei sindacati nei luoghi di lavoro riapre a sorpresa, in un momento di crisi del sistema delle relazioni industriali, una questione che da sempre sta molto a cuore alla Cgil e che vede la Cisl molto diffidente. Ma gli «addetti ai lavori» sanno che in questi ultimi tempi era stata proprio la Cisl, ben prima del ministro, e in termini ben diversi, a riaprire il dibattito su questo tema dalle pagine del suo settimanale, «Conquiste del lavoro». Cerchiamo di capire che cosa sta accadendo.
    La materia, in linea di principio, sarebbe disciplinata dall’articolo 39 della Costituzione, che però è rimasto inattuato per oltre mezzo secolo: nei periodi in cui Cgil, Cisl e Uil litigavano tra loro, era impossibile trovare una soluzione legislativa che andasse bene per tutte e tre; quando invece prevaleva l’unità d’azione, il problema diveniva meno urgente sul piano pratico e la questione veniva accantonata. Nel 1995 parve che la soluzione fosse stata trovata, quando il Senato approvò il disegno di legge Smuraglia su questa materia; ma esso fu bloccato alla Camera.
    Da allora, la sinistra sindacale continua a guardare a quel progetto come alla soluzione ideale. La Cisl e la Confindustria, invece, si oppongono recisamente all’istituzione per legge di un organo di rappresentanza elettiva nei luoghi di lavoro, distinto e autonomo dalle associazioni sindacali, vedendolo come un corpo estraneo, una sorta di «comitato di base» imposto dallo Stato nel sistema delle relazioni sindacali: recidere il rapporto organico tra il sindacato e l’organo di rappresentanza aziendale – sostengono, non senza ragione – mortifica il ruolo dell’associazione extra-aziendale e presenta il rischio che nei luoghi di lavoro gli umori assembleari effimeri prevalgano sulle scelte strategiche di più largo respiro maturate in seno all’associazione stessa. Anche il governo, prima dell’ultima uscita di Maroni, sembrava avere sposato questa posizione di netta chiusura con il Libro bianco dell’ottobre 2001.
    Sta di fatto che, in questa situazione bloccata, fioriscono i nuovi progetti di legge, di vario segno politico e ispirati a soluzioni diverse, ma tutti contenenti una norma molto indigesta per le confederazioni maggiori: quella che prevede la decadenza automatica dell’iscrizione al sindacato dopo un certo periodo, se il lavoratore non rinnova la delega all’impresa per il versamento della quota associativa. Da un lato lo spauracchio di queste iniziative legislative, dall’altro la necessità di superare l’alternativa attuale tra unità e paralisi sindacale, spingono oggi la Cisl a riaprire il discorso con Cgil e Uil: un eventuale accordo fra le tre confederazioni sulla verifica della rappresentatività in azienda difficilmente potrebbe essere disatteso dal Parlamento. Senza dar vita a "corpi estranei" nel sistema delle relazioni sindacali, la soluzione potrebbe essere quella – già fatta propria dai vertici della Uil l’anno scorso – del proporzionamento dei diritti sindacali in azienda per ciascun sindacato al numero di consensi ricevuti in una consultazione elettorale periodica: obbiettivo conseguibile, in un primo tempo, anche soltanto con un accordo interconfederale. In un secondo tempo, se gli esiti della sperimentazione saranno stati positivi, questa potrebbe anche costituire il modello per una legge che attribuisca alla sola coalizione sindacale effettivamente maggioritaria il potere di stipulare contratti collettivi con efficacia generale per l’intera categoria. Anche per la nuova Confindustria di Montezemolo potrebbe essere una
    road map assai interessante.
    Questa prospettiva fa correre ancora qualche brivido per la schiena ai dirigenti della Cisl, preoccupati che il loro sindacato possa essere messo nell’angolo da una Cgil maggioritaria, attestata su posizioni massimaliste: una regola di questo genere avrebbe impedito, per esempio, a Fim-Cisl e Uilm di stipulare da sole l’ultimo contratto nazionale per il settore metalmeccanico, dove oggi esse sono in minoranza, con la Fiom-Cgil arroccata sul fronte del rifiuto. Ma c’è chi ritiene che proprio una regola di questo genere finirebbe col penalizzare posizioni massimaliste come quelle più recenti della Fiom-Cgil: perché, dopo tre o quattro anni senza contratto, i lavoratori non voterebbero più per il sindacato responsabile della paralisi. Nel 1955, alla Fiat, andò proprio così: la Cgil, fortissima sul piano organizzativo, rifiutava la contrattazione aziendale; e alle elezioni per la commissione interna stravinse la Cisl, che aveva capito per prima la necessità di contrattare anche in azienda.