“Commenti&Analisi” Sul welfare la sinistra ha staccato la spina (M.Ferrera)

03/11/2003






sabato 1 novembre 2003

RIFORME NECESSARIE

Sul welfare la sinistra ha staccato la spina

di MAURIZIO FERRERA

      Lo Stato sociale europeo è figlio di molti padri. Conservatori come Bismarck, liberali come Beveridge, democristiani come De Gasperi e Adenauer fanno tutti parte del grande ritratto di famiglia. Sono però i partiti di sinistra ad aver sviluppato nel tempo la parentela più stretta con il welfare. Non sorprende dunque che la crisi degli anni Novanta abbia provocato proprio a sinistra i più marcati contraccolpi, sfidando certezze ideologiche e consolidate alleanze sociali. Nei Paesi in cui erano al governo, i partiti di sinistra hanno dovuto fronteggiare dissidi interni e proteste di piazza. Ma si sono rimboccati le maniche e hanno cambiato molte cose.
      La riforma del welfare ha a sua volta consentito a questi partiti di modernizzare i propri programmi e di stringere legami con nuovi soggetti politici.
      Anche in Italia, seppur a fatica, negli anni Novanta il centrosinistra ha avviato un ampio processo di risanamento del nostro sistema di protezione sociale, che all’inizio del decennio versava in condizioni di grave degrado istituzionale e finanziario.
      Le scadenze di Maastricht hanno aiutato: passava un treno che non si poteva perdere. Ma c’è stato anche molto impegno sul fronte progettuale (il discorso sul «nuovo welfare») e sul fronte politico (la concertazione con i sindacati, la persuasione dei propri iscritti, la comunicazione con l’elettorato).
      Dal 2001 in poi il rapporto fra sinistra italiana e welfare è andato rapidamente sfilacciandosi. Nei lavori parlamentari, nei convegni, nelle iniziative di alcuni è continuato il percorso di elaborazione progettuale e di critica propositiva. Senza cabina di regia, questo percorso si è però frantumato in mille rivoli, incapaci di alimentare una cornice generale di idee guida, fra loro coerenti e collegate. Nel rapporto con l’opinione pubblica allargata (inclusa la piazza) vi è stata invece una rottura del percorso e il riaffiorare di vecchi stereotipi a difesa dello status quo. Il messaggio che viene di fatto proposto al grande pubblico è che ciò che si doveva fare è stato già fatto, che non servono altri interventi strutturali, in particolare sulle pensioni.
      E’ più che naturale che una formazione politica adotti dall’opposizione strategie diverse da quelle perseguite quando è al governo. Sarebbe tuttavia un vero peccato se la vittima di questo legittimo riposizionamento strategico del centrosinistra fosse proprio quel progetto complessivo di un «nuovo welfare» così laboriosamente intessuto dal primo governo Amato in avanti. Un peccato per la sinistra, innanzitutto, che perderebbe un prezioso capitale sul piano dei programmi e del radicamento sociale (un capitale che altre socialdemocrazie europee si tengono invece ben stretto). Ma sarebbe un peccato soprattutto per il nostro welfare, che necessita di ulteriori e incisivi rinnovamenti.
      La riforma delle pensioni costituisce una buona opportunità per recuperare terreno. Nei suoi obiettivi generali (di natura sia finanziaria sia istituzionale) la proposta del governo va nella giusta direzione.
      L’emendamento appena presentato in Parlamento dal ministro Maroni lascia ampi margini per negoziare i contenuti specifici della riforma, a parità di risparmi. Il negoziato potrebbe opportunamente allargarsi proprio alla destinazione di questi risparmi.
      Abbiamo urgente bisogno di nuovi ammortizzatori sociali, di nuove politiche di lotta alla povertà e di sostegno ai figli, di nuove tutele per i non autosufficienti. Il governo ha preparato in estate un Piano nazionale d’azione contro l’esclusione sociale che è stato praticamente ignorato e si appresta ora a render pubblico il Piano nazionale per l’occupazione per il 2004. I dossier su cui il centrosinistra ha lavorato negli anni Novanta sono ancora tutti aperti. Vi è la capacità di presentare agli elettori una proposta di riforma complessiva e aggiornata? Che risposta darebbe il governo? Un impegno in questa direzione sarebbe immensamente più fruttuoso di nuove manifestazioni di piazza, e dei tanti sterili slogan che le accompagnano.


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