“Commenti&Analisi” Sui contratti una pausa che giova (quasi) a tutti (M.Unnia)

22/07/2004


         
         
         
         
        Numero 174, pag. 1 del 22/7/2004
        Autore: di Mario Unnia
         
        Sui contratti una pausa che giova (quasi) a tutti
         
         
        Il confronto tra sindacati e imprese sull’assetto contrattuale non ci sarà. Se ne riparlerà a settembre perché il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, preferisce prima discuterne con Cisl e Uil e solo dopo confrontarsi con Montezemolo. Va da sé che neppure un ingenuo può pensare che il problema non sia già stato sviscerato e non ci siano già idee chiare sulle soluzioni praticabili e non: ma ci sono degli impedimenti per un confronto costruttivo, e sono di due ordini. Vediamoli separatamente.

        Il primo ha a che fare con la situazione interna della Cgil, influenzata dal contrasto tra Epifani e l’ala dura della Fiom: sul tema dei contratti le opinioni divergono, ma il dissenso è più profondo e riguarda il ruolo del sindacato e il suo referente politico. Cofferati ha lasciato in eredità una struttura direttiva della Cgil in cui l’ala estrema è forte e ha come referente politico Rifondazione comunista: ne consegue la paralisi delle decisioni del segretario generale. C’è di fatto una catena di veti, quello di Epifani nei riguardi di Cisl Uil e Confindustria, e quello dell’ala sinistra della Cgil nei riguardi di Epifani.

        Il secondo impedimento viene invece dalla politica Il governo cambia assetto: può darsi che a settembre si sfarini, ma potrebbe non succedere. Se così fosse, se il ministro Siniscalco si rivelasse più solido e determinato di quanto oggi non appaia, se Follini e Fini puntassero ancora sull’alleanza con Berlusconi, e infine se il successore di Bossi fosse quasi all’altezza del maestro, i sindacati e gli imprenditori si troverebbero una serie di riforme approvate e un ministero deciso a durare. È questa attesa dell’evoluzione del quadro politico che spiega la decisione di Epifani, la quale giustifica il rinvio con la questione dell’assetto contrattuale, ma riguarda tutti gli altri argomenti indicati nel documento confindustriale, e in più la magica concertazione.

        Ma la sua, a ben guardare, è una decisione che torna a beneficio di tutti i protagonisti, ma non del paese che avrebbe bisogno di decisioni tempestive e rapide (purtroppo siamo abituati a questi sfasamenti tra interesse collettivo e interessi di parte).

        Cisl e Uil come la Cgil sono interessate ai nuovi possibili rapporti tra governo e opposizione. Anche per loro si pone il problema del referente politico: puntare su una edizione parzialmente rivista della Casa delle libertà, o su una ristrutturazione in stile Prima repubblica, oppure transumare nel centro-sinistra, dove non mancano voci amiche? Una pausa di riflessione torna dunque utile. E, aggiungo, può far gioco anche a Montezemolo, per due ordini di considerazioni. Sull’assetto contrattuale non c’è una visione unitaria tra gli imprenditori. La compresenza obbligatoria dei tre livelli, centrale, locale e aziendale, non la vuole nessuno, ed è comprensibile: ma il livello aziendale per la maggioranza delle piccole aziende è impraticabile, mentre per le grandi il livello centrale potrebbe essere superfluo, bastando quello aziendale. Quanto al livello territoriale, piace alla Cisl ma non trova altrettanto entusiasmo tra le imprese. Il buon senso suggerirebbe di lasciare libertà alle singole categorie e alle singole imprese, ma ci sono di mezzo le burocrazie negoziali, le quali esercitano i loro poteri proprio nei riti e nei tempi della contrattazione.

        C’è poi una seconda considerazione sull’utilità del rinvio per Confindustria. La quale ha preso le distanze dal governo Berlusconi: ma, domandiamoci, qual è lo scenario successivo su cui punta?

        Il presidente sa che sono quattro i tipi di rapporto che un interesse organizzato forte può stabilire nei riguardi della controparte sindacale e dei partiti: può ignorarli, può combatterli, può negoziare, può comprarli. La storia dell’organizzazione degli industriali dal 1946 in poi mostra che le quattro modalità di rapporto sono state assunte in tempi successivi: per esempio, l’ultimo presidente ha negoziato e combattuto, non ha ignorato né comprato. Ora la domanda è questa: esclusa l’ipotesi dell’ignorare e tanto meno del comprare (occorrerebbe avere la forza delle multinazionali americane che possono ignorare, e se è il caso comprare un partito e un presidente), su quali basi può avvenire la negoziazione con i sindacati e i partiti di governo dopo il maquillage o la ristrutturazione di settembre, e con i sindacati e i partiti dell’opposizione qualora questi arrivassero a palazzo Chigi nel 2005?

        Gli imprenditori sono soliti dire che gradiscono un governo di sinistra che faccia una politica di destra. Chi potrebbe oggi garantire una tale cuccagna? Forse il centro neodemocristiano, che potrebbe anche essere comprato (quarta modalità): ma quanto ai Ds e all’ala estrema del blocco di sinistra, indispensabile per la vittoria, sarebbe praticabile solo la negoziazione dura, essendo impossibile ignorarli e comprarli, e tanto meno a quel punto combatterli. Forse è venuto il momento in cui occorre passare dagli appelli e dagli auspici, che si ripetono dalla fine del 2003, alla presentazione di progetti e di proposte di alleanze, leggibili e valutabili. Ma per far questo è necessario disporre di modelli di lettura della società italiana aggiornati al secolo ventunesimo.

        Recentemente il politologo Pasquino e il sociologo De Rita, di diverso orientamento politico e culturale, hanno rimproverato alla sinistra, e segnatamente ai Ds, di non disporre di adeguate analisi sociopolitiche tali da supportare il disegno egemonico al quale si candidano. La stessa insufficienza ha rimproverato alla destra il politologo Galli della Loggia. Se i partiti piangono, gli interessi organizzati non ridono: le strutture che li rappresentano fanno cultura di comunicazione, ma non investono adeguatamente in strategie e progetti, a differenza di quanto facevano anni addietro. Un momento di riflessione può dunque aiutare anche le imprese a rivedere e aggiornare i loro modelli interpretativi: purché non sia troppo lungo.