“Commenti&Analisi” Stipendi, la torta è finita (L.Paolozzi)

06/10/2004

          mercoledì 6 ottobre 2004

          sezione: ECONOMIA ITALIANA – pag: 1 e 13
          Stipendi, la torta è finita
          LUCA PAOLAZZI

          Il benessere degli italiani è inchiodato. Dalla fine del 2000 a oggi il progresso del reddito annuo per ciascun abitante, calcolato in termini di reale potere d’acquisto, si misura in poche decine di euro. La capacità del sistema economico di generare nuova ricchezza si è inceppata.
          Questo stallo è l’epilogo di una lunga frenata cominciata trent’anni fa, che inizialmente accomunava tutti i maggiori Paesi industriali ma che nell’ultimo periodo si è aggravata soprattutto in Italia.
          Anziché affrontare alle radici la questione della crescita sempre più lenta, divenuta infine nulla, il Paese si è concentrato sulla distribuzione del reddito. Lo ha fatto in modo impressionistico e confuso; scambiando per fatti generali casi singoli; basandosi su opinioni preconcette anziché sui dati e considerando "sbagliati" o addirittura "truccati" questi ultimi quando smentivano le prime. Come accade ai ragazzi immaturi, che non vogliono guardare in faccia la realtà che non gli piace. In questo modo si è perso tempo prezioso. Anziché varare le riforme strutturali si sono adottati palliativi o rimedi controproducenti (come il recente accordo di blocco dei prezzi, popolare ma contrario alla concorrenza che genera crescita).
          L’errore peggiore sarebbe continuare a comportarsi come i polli di Renzo, che si beccavano tra loro mentre stavano per tirargli il collo. Il rischio che ciò accada è molto elevato.
          Alla vigilia di una stagione contrattuale delicata, stanno viaggiando in rotta di collisione le richieste di aumenti retributivi che diano sfogo e risarcimento al disagio economico e sociale e i rimedi alla perdita di competitività che ostacola il rilancio dello sviluppo. Che sofferenza vi sia, e diffusa, è innegabile. Proprio perché il reddito medio non si è quasi mosso — era a 17.960 euro a fine 2000 e 18.052 a fine 2003, sarà forse a 18.160 a fine 2004 —, vuol dire che per qualcuno si è ridotto, mentre per altri è salito. Questi divari sono normali in un sistema economico, come causa ed effetto del suo dinamismo, molla e risultato del cambiamento. Sono poco dolorosi quando si verificano attorno a una media positiva, di espansione complessiva; diventano fonte di profondo malessere se si ricompongono nella stagnazione generale.
          In ogni caso, però, non è il rinnovo dei contratti di lavoro lo strumento né la sede per porvi rimedio. Giacché il malessere deriva dalla lenta crescita, non dalla mancanza di tutela delle retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti. Questa tutela è già evidente dalle statistiche Istat sulla media retributiva della massa dei lavoratori. Lo è ancora di più se si guarda alla retribuzione individuale di chi ha un posto di lavoro a tempo indeterminato.
          L’indagine compiuta da Federmeccanica, pur con i limiti di orizzonte temporale (il biennio 2001-2003, quello cruciale del changeover) e settoriale, mette in evidenza che gli istituti contrattuali esistenti hanno più che difeso le retribuzioni nette (+8,2%, contro il +5% dei prezzi).
          Fin troppo, a fronte del calo di produzione, produttività e margini delle imprese; e a fronte delle condizioni retributive dei lavoratori che tali garanzie sindacali non hanno e sui quali si scaricano gli aggiustamenti di un costo del lavoro che corre molto più forte del prodotto. Per queste ragioni, i prossimi rinnovi contrattuali sono la cartina di tornasole per la voglia e la capacità del Paese di affrontare i problemi reali. O di litigare ancora per distribuire fette di torta che non ci sono né, proseguendo così, ci saranno mai.