“Commenti&Analisi” Spesso troppo piccoli per poter innovare (S.Lepri)

17/09/2004


            venerdì 17 settembre 2004

            analisi

            L’ANOMALIA ITALIANA E LE RAGIONI DEL RITARDO
            Spesso troppo piccoli per poter innovare
            Stefano Lepri

            ROMA
            MA non sarà invece che l’imprenditore italiano – l’imprenditore piccolo-medio, figura portante del nostro sistema produttivo – è un po’ misoneista? L’interrogativo appare paradossale, visto che in tutto il mondo i nostri connazionali sono reputati gente piena di inventiva, abile nell’adattarsi a situazioni impreviste; e che i successi dell’economia italiana nei passati decenni a quelle doti sono attribuiti. Eppure, separate indagini condotte, con metodi diversi, dalla Banca d’Italia e dal Censis, individuano lì, nell’impresa italiana come storicamente è, alcune delle cause del ritardo tecnologico attuale.


            «Misoneisti no, tutt’altro – risponde Giuseppe Roma, direttore del Censis – perché avverto in giro per il Paese che tra i piccoli e medi imprenditori c’è una gran voglia di innovare, in astratto. Il guaio è che in concreto non sanno come. Non è tanto questione di soldi. E’ che introdurre le nuove tecnologie risulta difficile per imprese troppo affidate alle doti di un’unica persona, che impiegano pochi laureati, molto gelose delle informazioni che possiedono». In parole povere: si è restii a mettere nei computer informazioni che potrebbero essere utili ai concorrenti o che si preferisce restino ignote al Fisco.


            D’altra parte le innovazioni «di processo», principalmente quelle centrate sull’informatica, secondo gli studi della Banca d’Italia (condotti da Sandro Trento e altri, pubblicati nel libro «La nuova economia» edito dal Mulino) appaiono assai più appropriate a rendere più agili le imprese grandi, e a ridurre i loro costi, piuttosto che ad avvantaggiare le piccole. Non sono pochi i piccoli imprenditori che si lamentano di essere stati convinti da consulenti informatici negli anni scorsi ad acquisti di
            hardware e software rivelatisi poi poco utili alle loro specifiche esigenze.

            Il miracolo italiano degli anni ‘50 si fondava su fattori irripetibili: dinamismo di iniziative spinto dal bisogno della ricostruzione e affinato nelle dure esperienze della borsa nera; recupero del distacco dai Paesi più avanzati essenzialmente importando tecnologie americane. Imitare oggi i Paesi più avanzati è molto più facile, in pratica non riesce. Proprio l’espressione più tipica dell’imprenditoria italiana, il distretto (l’area dove molte imprese producono merci simili) registra una adozione di tecnologie informatiche inferiore alla media; proprio perché è fortemente basato su relazioni umane dirette «da un lato all’altro della strada».


            La Banca d’Italia può rivendicare di aver avvertito per tempo, da 5-6 anni, che nell’economia non vale più il motto «piccolo è bello». E’ vero che l’informatica aiuta ad affermarsi imprese di dimensione minore che in passato, in settori diversissimi, dalle compagnie aeree a basso costo ai piccoli giornali quotidiani; però alla piccola impresa manifatturiera risulta ostica. Se negli ultimi anni il numero delle imprese è aumentato, lo si deve in gran parte ad imprese individuali, a partite Iva dietro le quali si nascondono tipologie diverse di adattamento.


            I dati diffusi ieri dall’Istat, riferiti al 2002, confermano la frammentazione. La dimensione media è di 3,7 addetti. Le microimprese, quelle con meno di 10 addetti, sono come numero il 95,2 per cento del totale; contano quasi metà degli addetti totali (48,3 per cento, due terzi indipendenti, un terzo dipendenti) ma realizzano poco più di un terzo del valore aggiunto totale (34,4 per cento). La produttività del lavoro è bassa, meno della metà (46,6 per cento, addirittura 39,4 per cento nell’industria in senso stretto) rispetto alle aziende grandi.


            E’ un’anomalia italiana questa, tra i grandi Paesi industriali. Come fare a spingere questo almeno i suoi settori più combattivi verso l’innovazione?. «Come primo passo – propone Giuseppe Roma – occorre creare nei distretti dei centri “facilitatori” delle tecnologie informatiche. Ma poi le imprese devono fondersi, come si sono fuse le nostre banche nell’ultimo decennio per acquisire dimensioni internazionali».


            Fin qui quella che gli economisti chiamano l’innovazione di processo. Nella gara dell’economia globalizzata, è però cruciale l’innovazione di prodotto: ossia, produrre merci o servizi del tutto nuovi. Qui non è che gli italiani non sappiano inventare; ma spesso non trovano in patria chi li appoggi e li finanzi. Può aiutare lo Stato? Il rischio, a sentire gli studiosi, è che come spesso avviene i poteri pubblici scelgano di privilegiare come «settore di punta» uno che sui mercati sta già perdendo dinamismo. Potenziare l’università? Certo, ma se si vuole un istituto di supertecnologie sarebbe più logico farne uno paneuropeo, dove si parli in inglese.