“Commenti&Analisi” Sos lavoro nero – di L.Gallino

16/01/2003

 
GIOVEDÌ, 16 GENNAIO 2003
 
Pagina 17 – Commenti
 
Sos lavoro nero
 
 
 
 
LUCIANO GALLINO

Tutti i paesi industriali avanzati sono uguali dinanzi al lavoro nero: ne utilizzano molto. L´Italia è un po´ più uguale degli altri: lo utilizza in misura ancora maggiore. Forse non nella misura di 10 punti percentuali in più, in termini di quota del Pil ascrivibile al lavoro nero, che vorrebbe dire oltre il 25% rispetto al 13-17% degli altri Paesi, come a volte si legge. Tuttavia le ricerche disponibili convergono nell´assegnare al nostro Paese questo poco decoroso primato.
Come confermano le indagini compiute nel 2002 dal nucleo carabinieri dell´Ispettorato del Lavoro, il lavoro nero non ha confini. Seppure con differenze significative, lo si ritrova in ogni regione, in tutti i settori produttivi, in ogni professione, in tutte le fasce di età. È l´unico comparto dell´economia in cui un bimbo di otto anni e una signora di ottanta sono considerati occupabili senza problemi. È un pilastro dell´economia nazionale, giacché l´Istat stima il lavoro nero in oltre tre milioni e mezzo di unità di lavoro a tempo pieno, equivalente a oltre sette milioni di persone fisiche con un lavoro a tempo parziale.
Quali fattori favoriscono la diffusione del lavoro nero? Perché i provvedimenti finora adottati per far emergere il sommerso han prodotto risultati che sono da considerarsi quasi irrilevanti? La risposta più comune rinvia la genesi del sommerso al peso che sarebbe troppo elevato dei prelievi fiscali e contributivi; alle rigidità del mercato del lavoro che inducono le imprese ad aggirarle; ai costi aggiuntivi degli ambienti di lavoro gravanti sulle imprese che fanno tutto in chiaro. Imprese e lavoratori si troverebbero così d´accordo nel ricorrere al lavoro nero.
Sennonché una simile risposta tradisce una cultura imprenditoriale dai tratti paleoindustriali. I grandi imprenditori del passato, come gli imprenditori più moderni del presente (che certo esistono, ma sembrano essere per lo più confluiti in una minoranza silenziosa), sapevano e sanno benissimo che lavoratori ben retribuiti, aventi un lavoro stabile, tutelati da un appropriato quadro giuridico, con un orizzonte di garanzie assistenziali e previdenziali, contribuiscono alla creazione collettiva di ricchezza in misura assai più rilevante che non i lavoratori che di tali beni sono del tutto privi. Come accade in generale ai lavoratori in nero.
Una risposta meno corriva circa i fattori che incentivano il lavoro nero vede in essi anzitutto un processo strutturale, connaturato all´organizzazione reticolare delle imprese contemporanee. La maggior parte della produzione di beni e servizi nasce oggi da una catena di appalti e subappalti ad aziende terze, operanti all´esterno ma anche all´interno della prima committente, sulla quale questa non ha praticamente alcuna possibilità di controllo. Al di là del secondo o del terzo anello di subappalto, la pressione sui prezzi della fornitura diventa talmente grande, e la capacità di resistenza di un´azienda così esigua, che il solo modo per sopravvivere consiste sovente nel passare al lavoro nero.
Un secondo fattore di questo è l´ossessione tutta italiana per il costo del lavoro, anche quando esso incide poco sul costo del prodotto finale. Dato che fanno poca ricerca, poca formazione del personale, e pensano alla innovazione di prodotto soltanto quando le vendite o il titolo in Borsa crollano, invece che nel momento in cui toccano il picco, le imprese italiane finiscono per cercar di risparmiare fino all´ultimo euro sul costo del lavoro. Il modo più semplice per farlo consiste nello svolgere in nero almeno una parte della propria attività. Infine un peso sempre più rilevante nel favorire il lavoro nero va attribuito alla proliferazione dei contratti di lavoro atipici. Ne conta ormai quasi quaranta, la loro tipologia, con un tratto comune: una individualizzazione esasperata del rapporto di lavoro. A forza di rapporti individualizzati suggeriti dalla legge, persone e imprese finiscono per trovare fuori dalla legge il più semplice e diretto dei rapporti di lavoro: quello in nero. Ha dunque ben ragione il capo dei carabinieri del nucleo ispettivo nel vedere in esso «un vero e proprio elemento strutturale dell´economia italiana».
È da tale riconoscimento che bisognerebbe partire per affrontare sul serio il problema dell´economia sommersa. Senza farsi venire delle idee strane, cui fan pensare i dubbi espressi ier l´altro dal presidente del Consiglio sulla grandezza reale del nostro Pil. Quale sarebbe, a esempio, quella di rivalutare una seconda volta il Pil (la prima fu nell´87: + 17%, volle Craxi), perché esso non terrebbe abbastanza conto del lavoro irregolare. A parte che il Pil viene da alcuni anni stimato con il Sistema europeo di conti nazionali e regionali, il cosiddetto "Sec95", che nessun membro della Ue può sognarsi di modificare di propria iniziativa, il lavoro irregolare è già abbondantemente presente nelle stime del Pil. Tanto che il totale delle unità di lavoro stimate dall´Istat in base alla produzione di beni e servizi supera di oltre 2 milioni il totale degli occupati dichiarati, che inoltre non sono tutti a tempo pieno. Piuttosto che aggiustandone le stime, il Pil sarebbe meglio aumentarlo facendo crescere la produzione reale di beni e servizi, puntando magari a diminuire la quota di lavoro irregolare che vi contribuisce.