“Commenti&Analisi” Sommerso, la resa che non va firmata – di R.Napoletano

20/01/2003


Domenica 19 Gennaio 2003

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Sommerso, la resa che non va firmata


DI ROBERTO NAPOLETANO

C’è una questione sommersa che avvolge sotto la coltre dell’illegalità diritti, bisogni, uomini in carne e ossa. Rischia, nell’indifferenza generale, di fare precipitare la coscienza nazionale fino a toccare abissi mai sondati. Siamo pienamente consapevoli dell’importanza del dibattito sulla nuova architettura dello Stato: e siamo preparati a convivere con gli alti e bassi della discussione tra premierato inglese e semipresidenzialismo "corretto" alla francese o le tante, possibili varianti ovviamente trasversali che ancora appariranno sulla mappa catastale del nuovo condominio nazionale. Avvertiamo, però, il dovere civico di segnalare a vecchi e nuovi architetti del palazzo bipolare italiano, imperfetto e da completare ma comunque più stabile che in passato, la presenza pericolosamente espansiva di quell’economia dello scantinato che lo mina dalle fondamenta e davanti alla quale troppi continuano a tenere gli occhi colpevolmente chiusi. Si può affrontare il nodo di fondo del Paese, il problema competitivo che è all’origine del suo declino, ignorando o peggio ancora compiacendosi, come è avvenuto nei giorni scorsi, del fatto che il lavoro nero non emerge al Nord e dilaga al Sud (indagine Censis) e un’azienda su due ne fa largo uso (rapporto dei carabinieri)? È tollerabile che si arrivi a teorizzare un sommerso di convenienza al Nord e un sommerso di necessità al Sud di fronte al quale si è pronti alla resa? In un Paese moderno, ma con un giovane su due senza lavoro nel Mezzogiorno, una simile dichiarazione di impotenza equivale ad abdicare non solo alle ragioni della effettiva capacità di competere, ma anche a quelle non meno vitali della coesione civile e sociale. Si può girare lo sguardo di fronte allo spettro dilagante dell’illegalita e rassegnarsi a fare respirare la cultura della strada a una parte significativa delle giovani generazioni meridionali senza avere rinunciato in partenza a un pezzo di futuro del Paese? Il sommerso di necessità non si affronta con qualche sconto fiscale o contributivo, magari a termine, ma creando le condizioni di sistema perché quel sommerso possa emergere. Occorrono un mercato del lavoro meno lunare e salari differenziati, una riforma delle pensioni che liberi risorse per ridurre stabilmente in futuro i prelievi fiscali e contributivi, più investimenti in sicurezza, infrastrutture e snellimento della pubblica amministrazione. Il sommerso è un problema antico, ma questo non può essere l’alibi per non fare nulla. Varare subito la riforma Biagi del mercato del lavoro e intervenire strutturalmente sulla previdenza, può essere un buon inizio. L’alternativa è la devolution di fatto: un pezzo di Paese che si stacca, quello degli scantinati, mentre gli architetti discutono su come sistemare le stanze ai piani alti.