“Commenti&Analisi” Solo le «finte» co.co.co. sono destinate a sparire (G.Proia)

24/11/2003



      Sabato 22 Novembre 2003

      NORME E TRIBUTI


      Solo le «finte» co.co.co. sono destinate a sparire


      di GIAMPIERO PROIA*
      *Professore ordinario di Diritto del lavoro Università Roma Tre

      Dal completamento della riforma del mercato del lavoro (legge 30/03 e Dlgs 276/03), due domande ricorrono con particolare insistenza: che cos’è il lavoro a progetto? Che sorte avranno le vecchie collaborazioni coordinate e continuative (ormai note come co.co.co.)? Le prime risposte, con riguardo a entrambe le domande, sono state caratterizzate, per lo più, da un certo pessimismo sugli effetti della nuova disciplina, secondo il quale: a) il contratto a progetto potrebbe essere stipulato solo per progetti o programmi caratterizzati da una particolare complessità, o da un contenuto ideativo o originale; b) la maggior parte delle vecchie co.co.co., non potendo essere ricondotte entro una nozione così ristretta, sarebbe destina a cessare o dovrebbe essere trasformata in rapporti di lavoro subordinato. Senonché, da un esame dalla nuova disciplina che tenga conto della sua formulazione e delle sue finalità, si ha ragione di ritenere che quel pessimismo non è condivisibile. E queste interpretazioni contrastano, anzitutto, con il significato proprio delle parole utilizzate dal legislatore («progetto» o «programma») le quali hanno, nel linguaggio comune, una portata ampia e un significato che li accomuna: entrambe, infatti, sia pure con lievi sfumature, designano l’«esposizione» o il «piano» di qualsiasi azione o cosa si intenda realizzare. L’accostamento e la combinazione dei due termini, quindi, costituisce una sorta di endiadi, completata dal riferimento alla possibilità della scomposizione in «fasi» dell’uno e dell’altro, in modo tale da ricomprendere qualsiasi opera o servizio, anche di natura semplice e ordinaria, essendo sufficiente che il progetto o programma contenga l’«esposizione», l’«enunciazione» o il «piano» di ciò che il committente intende realizzare e delle modalità con le quali la realizzazione deve avvenire. Il legislatore, del resto, non detta alcun limite con riguardo all’oggetto del progetto o del programma. È richiesto soltanto che il progetto sia «specifico», ovvero individuato «nel suo contenuto caratterizzante». Non richiede affatto, invece, che la «specificità», o il «contenuto caratterizzante», esorbiti nella «originalità» o implichi una caratteristica di «innovatività» o «complessità». Tali conclusioni sono confermate dalla ratio della nuova disciplina. E infatti, questa è rivolta a consentire al lavoratore di prestare il suo consenso a un progetto o un programma di cui gli siano note le implicazioni che potranno limitare la sua libertà di autodeterminazione, anche al fine di evitare che, nella fase di esecuzione, egli resti assoggettato al potere, o alla pretesa, del committente di modificare, senza il suo consenso, termini e modalità della collaborazione. Ma, se così è, non si vede come e perché il ricorso al lavoro a progetto debba essere precluso proprio per quelle attività di carattere semplice e ordinario. Ciò detto, che sorte sono destinate ad avere le vecchie co.co.co.? È vero che, nell’area ove non operano le esclusioni dalla nuova disciplina, esse possono proseguire, o essere avviate, soltanto ove siano riconducibili a un progetto, o a un programma. Il punto è, però, che da tale conclusione non è consentito trarre l’ulteriore deduzione secondo la quale il legislatore avrebbe inteso sancire la fine dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa o imporre una loro trasmigrazione di massa e obbligata verso il lavoro subordinato, imponendo requisiti restrittivi per l’ammissibilità del lavoro a progetto. E infatti, a ben vedere, soltanto le finte co.co.co. (ossia, quelle che configurino, in concreto, rapporti di lavoro subordinato "mascherati") non sono suscettibili di essere ricondotte a un programma o a un progetto. Ciò perché, nel caso di un rapporto di lavoro effettivamente autonomo, seppure coordinato e continuativo, è sempre possibile individuare il progetto o il programma che il collaboratore deve realizzare in vista del compimento dell’opera o del servizio che gli è stato commissionato. E, cioè, è sempre possibile individuare ex ante l’«esposizione» o il «piano» di ciò che le parti ritengono debba essere fatto per la realizzazione dell’opera o del servizio, anche quando questi non siano innovativi e complessi, bensì semplici e ordinari. Dal che è da ritenere che, coerentemente con la ratio legis della quale si è detto, sono proprio e soltanto i rapporti fittizi di collaborazione coordinata e continuativa che non potranno sopravvivere alla nuova disciplina e, nel caso di accertamento giudiziale, saranno considerati rapporti di lavoro subordinato ai sensi dell’articolo 67, primo comma, del Dlgs 276/03.