“Commenti&Analisi” Sindacati, il nuovo scenario – di T.Boeri

03/06/2003



      31 maggio 2003

      NELL’UNIONE MONETARIA
      Sindacati, il nuovo scenario


      di
      Tito Boeri

      NON è casuale il fatto che i segretari di Cgil, Cisl e Uil siano riusciti a ritrovare una certa unità di intenti proprio alla riunione dei sindacati europei di Praga. A livello europeo hanno di fronte un’autorità di politica monetaria, la Bce, cui possono chiedere – come nel comunicato finale della Confederazione Europea dei Sindacati (Ces) – impegni precisi in termini di tasso di inflazione programmata. Sono quegli stessi impegni che Antonio Fazio non può più prendere e che, in effetti, non troveranno più spazio oggi nelle Considerazioni Finali del Governatore. Sempre a livello europeo si definiscono le regole del Patto di Stabilità e Crescita, dunque si possono negoziare deroghe ai vincoli di bilancio per finanziare programmi sponsorizzati dal sindacato, come le spese infrastrutturali e di ricerca, di cui si parla nel comunicato della Ces. In Europa i sindacati italiani ritrovano quei referenti istituzionali e quei vincoli che avevano di fronte nel periodo d’oro della contrattazione, quello che ci ha permesso di traghettare il nostro paese dalla profonda crisi all’ingresso nell’Unione monetaria. Paradossalmente quell’esperienza ha costruito le condizioni per il proprio superamento, delegando autorità a istituzioni soprannazionali europee e precludendoci la possibilità di ricorrere a svalutazioni competitive della nostra moneta. Fino all’ingresso nell’Unione Monetaria, era possibile per i sindacati negoziare anche nei settori esposti alla concorrenza forti incrementi salariali senza perdite occupazionali. Questo perché potevano essere compensati da svalutazioni della moneta in grado di non far perdere quote di mercati, dunque posti di lavoro, allenostre aziende.

      Oggi i sindacati hanno di fronte a loro due strade: la prima, tutta in salita come hanno mostrato le divisioni emerse al convegno di Praga, consiste nel coordinarsi, nel definire piattaforme salariali a livello europeo e qui condizionare tassi di inflazione e tasso di cambio. La seconda strada, forse l’unica perseguibile nell’immediato, è quella di contrattare i salari sempre più a livello decentrato, tenendo conto dei livelli di produttività nelle singole imprese e in quelle loro concorrenti.

      A livello nazionale i sindacati potranno continuare a negoziare con i datori di lavoro le condizioni normative e le tutele fornite dallo stato sociale, avendo di fronte un Governo che può ancora decidere a pieno titolo su queste materie. Su questo terreno – la generosità dello stato sociale, quindi l’ammontare del prelievo fiscale e contributivo – è inevitabile che emergano differenze di vedute fra le diverse centrali sindacali. Il sindacato, del resto, ha sempre avuto, all’interno del nostro paese, un forte collante di natura ideologica e l’ideologia condiziona le preferenze sulla dimensione dello stato sociale.
      Sia per meglio gestire queste divisioni che per collegare i due livelli – una contrattazione salariale sempre più decentrata e una contrattazione nazionale sulle norme e le tutele – è opportuno che il sindacato si doti al più presto di regole di rappresentanza. Queste dovranno misurare la rappresentatività delle diverse organizzazioni, riconoscere a quella maggiormente rappresentativa il diritto a negoziare a nome di tutti e raccordare rappresentanti in azienda e associazioni di categoria. Serviranno ad affrontare casi come quello esploso in occasione del contratto dei metalmeccanici, in cui i lavoratori del sindacato, magari con più iscritti in quella categoria, si vedano applicare un contratto che la loro organizzazione ritiene inadeguato.

      Questa evoluzione del sindacato lo spingerebbe a un rapporto più stretto con i lavoratori, impedendo che si trasformi in soggetto politico, ridurrebbe le tensioni associate ad «accordi separati» e favorirebbe incrementi di produttività, azienda per azienda. Ma non è incoraggiata da un governo che escluda a priori leggi sulle rappresentanze. Non sembra gradita neanche a Confindustria nella cui ultima assemblea si è molto parlato di politica, quasi un invito alla controparte a cimentarsi sullo stesso terreno, mentre il termine «decentramento della contrattazione» non vi ha trovato cittadinanza.