“Commenti&Analisi” Sicilia verso l’emergenza – di M.Centorrino

13/05/2003




              Martedí 13 Maggio 2003
              ITALIA-LAVORO
              ANALISI


              Centomila tipi di precario,
              Sicilia verso l’emergenza
              Politiche spesso improvvisate aumentano i rischi di tensione


              DI MARIO CENTORRINO

              La recente strage di Acicastello riporta l’attenzione sull’emergenza precariato in Sicilia che, negli ultimi anni, va traducendosi in rabbia sociale, disagio psichico, focolaio costante di paura per gli amministratori. Nel precariato siciliano infatti non c’è solo l’ansia di stabilizzazione. Già da tempo comincia ad emergere la protesta, espressa spesso con modalità violente, anche per la accentuata segmentazione del lavoro precario, dove si sono via via create differenze non improntate ad alcun criterio di equità e razionalità.
              Nel mercato del lavoro precario oggi in Sicilia (una galassia formata complessivamente da circa 100mila persone) sono presenti tipologie rese diverse da politiche improvvisate: 30mila Lsu, per esempio, sono interamente a carico della Regione. Circa 10mila fruiscono, nei Comuni, di un contratto di diritto privato del quale la Regione copre il 90% della spesa. Cinquemila invece figurano sempre nei Comuni come Co.co.co. con un contributo regionale pari al 60% del salario. Mentre meno di un migliaio di precari risultano stabilizzati in società miste con un contributo forfettario, sempre da parte della Regione, pari a 30mila euro in cinque anni (se si tratta dei cosiddetti articolisti ex art. 23) o di 6mila euro per tutte le altre categorie di precari. Ancora, ma l’enumerazione potrebbe continuare, altri 2.500 precari presso il Comune di Palermo
              (i cosiddetti stagisti) in linea teorica dovrebbero esaurire il loro rapporto alla fine di questo mese, scadenza della quale tutti promettono, visto il coincidere della campagna elettorale per il rinnovo dell’amministrazione provinciale, l’immancabile proroga. A completare il mercato contribuiscono poi altre figure atipiche presenti nei beni culturali (catalogatori) e in agricoltura (forestali).
              Le politiche attive per la regolarizzazione non hanno voluto recepire proposte che pur avrebbero facilitato la fuoriuscita dal precariato: l’indicazione, tra le altre, di una data finale per l’utilizzazione di incentivi introdotti per favorire l’imprenditorialità autonoma; l’utilizzo di forme contrattuali part-time, lo "screening" dai veri precari dei falsi precari (persone cioè che hanno un lavoro sommerso, potenzialmente regolarizzabile eliminando rendite parassitarie). Né si è voluto pensare a politiche per il precariato con valenza multiregionale: cosa accadrà in Sicilia quando i forestali precari dell’isola (circa 40mila) apprenderanno l’avvenuta assunzione a tempo indefinito dei forestali calabresi?
              Queste omissioni portano oggi a tre gravi punti di criticità: i Comuni presso cui sono stati sistemati i precari non sono in grado, al termine del periodo (tra due-tre anni) previsto, di accollarsi l’intero costo salariale, una volta venuto meno il contributo regionale, a rischio dell’equilibrio del bilancio. L’esternalizzazione, con il ricorso a imprese private, dei servizi, rende sempre più obsoleta la soluzione della società mista come contenitore di precariato. All’interno di quest’ultimo cominciano a stabilirsi gerarchie di status e di reddito assolutamente indipendenti da anzianità, competenze, meritocrazia. Il mancato versamento di contributi previdenziali proietta l’attuale precariato verso la pensione sociale prefigurando quindi fenomeni di accentuato bisogno con l’avanzare dell’età. Non più "verde" per il precariato siciliano immerso in cento percorsi di arrangiamento, irretito da cento promesse, frantumato in cento tipologie. Che tutti, a parole, dichiarano di non voler ulteriormente gonfiare ma che viene continuamente alimentato da cento piccoli rivoli con l’alibi, certamente sacrosanto, dell’impossibilità di estendere sacche di disoccupazione già sin troppo estese.