“Commenti&Analisi” Sempre meno competitivi (T.Boeri)

15/12/2004


    mercoledì 15 dicembre 2004

      Sempre meno
      competitivi

        di Tito Boeri

          L’INDUSTRIA italiana è sempre meno competitiva. Siamo tornati al 1991-2, quando il nostro paese era sul baratro di una profonda crisi di competitività, culminata con la svalutazione della lira. Per questo non riusciamo ad agganciare la ripresa mondiale, il nostro export arranca e perde quote di mercato, mentre l’economia globale va al galoppo. Le previsioni del Centro Studi Confindustria fanno, purtroppo, poco sperare per il futuro. Nel 2005 le esportazioni dovrebbero diminuire e le importazioni aumentare, con scambi con l’estero che danno un contributo negativo alla crescita. Gli indici di fiducia dei consumatori sono tornati a calare e non sarà la riforma fiscale a rilanciare la domanda interna: ne è pienamente consapevole la stessa maggioranza di Governo che sta varando una manovra che comporta un sensibile incremento della pressione fiscale. Per tutto questo Confindustria ha rivisto al ribasso le stime di crescita del prodotto interno lordo per il 2005. Si prevede ora una crescita dell’1,4% contro il 2,1% ipotizzato in Finanziaria, il che comporta un aumento del disavanzo pubblico, a bocce ferme, tra i 4 e i 5 miliardi. Come dire che si profila sempre più all’orizzonte lo spettro di una manovra correttiva nel 2005.

          I dati sulla crisi di competitività non sono nuovi. Da anni accumuliamo forti ritardi non solo nei confronti degli Stati Uniti, ma anche di molti paesi europei nell’adozione ad uso produttivo delle nuove tecnologie, soprattutto nei servizi. Le nuove tecnologie da noi non contribuiscono alla crescita della produttività, ma solo alla moltiplicazione dei cellulari. Da troppo tempo abbiamo pochissimi addetti nella ricerca e sviluppo e non riusciamo ad attrarre cervelli dall’estero. Perché poi stupirsi se il numero di brevetti per abitante è imbarazzante?
          Si investe poco in ricerca anche per l’incertezza del quadro normativo. Continuano a cambiare le misure di incentivazione. Si promettono agevolazioni agli investimenti poi sistematicamente disattese. E, in ogni caso, la bassa priorità loro accordata nell’agenda di governo (paga di più elettoralmente proporre un taglio dell’Irpef che aiutare la ricerca e sviluppo) fa sì che chi dovrebbe poi investire non si senta davvero incoraggiato a farlo. Perché le agevolazioni diano i frutti sperati, servono orizzonti lunghi, tanto quanto i piani pluriennali di investimento che si vorrebbero incoraggiare.

          Ma la nostra industria è in crisi anche per il peso dei servizi non liberalizzati. Mentre il rendimento del capitale nel settore manifatturiero è tornato ai livelli del 1991-92, nell’energia, nelle telecomunicazioni e nella finanza i profitti per capitale investito sono nel frattempo più che raddoppiati. Si investe poco nei settori di punta e le esportazioni italiane vanno male perché chi vi opera è costretto ad acquistare servizi da imprese magari privatizzate, ma lasciate al riparo dalla concorrenza.

          Se vogliamo tornare a crescere abbiamo bisogno di politiche economiche attente alla crescita e capaci di dare segnali meno contraddittori agli investitori. Abbiamo soprattutto bisogno di un rilancio delle liberalizzazioni, troppe volte promesse (come nell’ultimo Dpef) e poi derubricate. Su questo fronte Confindustria sarà chiamata a giocare un ruolo importante. Dovrà dare più peso al suo interno alle richieste delle imprese che operano sulla frontiera competitiva e battersi per ridurre i margini di profitto dei monopolisti dei servizi, ampiamente rappresentati tra le sue file. Sarà capace di farlo? Lo speriamo davvero.