“Commenti&Analisi” Segnali di fronda nella Cgil (F.Unnia)

07/10/2003

ItaliaOggi
Numero
237, pag. 1 del 7/10/2003
di Federico Unnia

Segnali di fronda nella Cgil

´Per una nuova fase del sindacalismo confederale in Italia’, questo il titolo di un documento diffuso a fine luglio da una cinquantina di sindacalisti della Cgil, tra i quali alcuni autorevoli dell’area milanese. L’iniziativa, che si è concretizzata in un convegno, ha destato un certo fastidio nella cerchia del segretario generale Epifani: la stampa ha parlato di possibile rottura, qualcuno ha immaginato la premessa di scissione. Niente di tutto questo, si tratta più realisticamente di una fronda, perché come vedremo il documento è particolarmente pungente nella diagnosi della situazione in cui versa la Cgil e nell’indicazione di nuove prassi organizzative, assai meno nella proposta programmatica che dovrebbe aprire una nuova stagione. Ma, proprio alla vigilia di una stagione sindacale calda condotta all’insegna di una ambigua unità, il significato politico dell’iniziativa non è irrilevante.

L’esordio è deciso: il movimento sindacale deve ridefinire le sue scelte strategiche non essendo sufficiente una gestione solo tattica (la prudenza ha suggerito di rivolgere la critica a tutte le componenti, ma il destinatario principale è il vertice della Cgil). Obiettivi principali: a livello mondo la lotta al neo-liberismo dominante, a livello europeo la partecipazione attiva ai processi di integrazione. Uscendo dal vago e venendo ai fatti di casa nostra, si candida il sindacato a disarticolare il blocco sociale che s’è schierato a destra, e a riorganizzare l’azione delle rappresentanze sociali. Ma, e qui inizia la critica all’attuale dirigenza della Cgil, si deve farlo operando esclusivamente sul terreno dell’organizzazione sociale e della rappresentanza dei lavoratori. Il sindacato, prosegue il documento, non fa opposizione ideologica, non è schierato pregiudizialmente in un campo politico: rinnegarne l’autonomia e spingerlo sul terreno improprio di un’opposizione di sistema lo metterebbero definitivamente fuori gioco. Dunque, occorre compiere una scelta chiara, superare ogni residuo di collateralismo, contrastare chi vorrebbe ridurre il sindacato entro una determinata area del bipolarismo politico, al contrario puntare a una maggiore autonomia dei soggetti sociali.

La critica all’attuale segreteria va a fondo sulla vicenda dell’articolo 18, scelta come esempio emblematico di una strategia errata, che consiste nello spostamento del confronto dal terreno sindacale a quello della mobilitazione politica, scavalcando l’autonomia dei soggetti sociali per impegnarsi in uno scontro dall’esito negativo. Ma la critica più severa sta nell’aver creduto che gli spazi della concertazione siano bruciati e che non sia possibile trovare punti di intesa con gli altri sindacati, con il governo, o esponenti del medesimo, e con la controparte imprenditoriale, o parte di essa. Insomma. Epifani viene criticato par aver subordinato la Cgil a logiche di schieramento politico che ne hanno indebolito l’iniziativa squisitamente sindacale, fino al punto di non sottoscrivere patti e contratti collettivi, e si rimprovera a gran parte del gruppo dirigente di aver peccato di autosufficienza, portando avanti da sola la mobilitazione contro il governo.

Occorre dunque una svolta che il documento rimprovera alla segreteria di non aver compiuto. La chiama ´risindacalizzazione’: l’obiettivo è rappresentare il lavoro che cambia, superare la cultura fordista, combattere la precarietà e la flessibilizzazione selvaggia, contrattualizzare i diritti mettendo in discussione l’attuale impianto contrattuale che non interpreterebbe più i cambiamenti in corso nel mondo del lavoro. Non correre quindi dietro alla dinamica politica che, ricorda il documento, ha tempi e modalità diversi da quella sindacale. E per far questo, auspica un ritrovata fiducia nella ricostituzione dell’unità dei tre sindacati che Epifani predicherebbe senza perseguire. Cita a supporto della praticabilità di lotte unitarie quella contro la riforma delle pensioni, e un po’ ingenuamente ricorda il Patto per lo sviluppo sottoscritto dai tre sindacati e da Confindustria (si tratta di semplici dichiarazioni, poco più).

La parte propositiva del documento non contiene elementi di apprezzabile novità. Dell’incrollabile fiducia nel mitico protocollo Ciampi del ’93, che consacrò la concertazione, s’è già detto: sostenere che c’è un nesso tra l’abbandono del metodo concertativo e il rallentamento dello sviluppo sembra eccessivo. Il disegno del nuovo assetto contrattuale non si discosta dai due livelli, nazionale e decentrato, con molta prudenza su quello aziendale. La tutela sindacale non solo nel posto di lavoro, ma nell’intera carriera lavorativa dei soggetti, pecca di ambizione e di invadenza. Qualche dubbio solleva l’idea che sia possibile risolvere con un codice di autoregolamentazione la spinosa questione della rappresentanza dei lavoratori, ovvero il rapporto tra iscritti al sindacato e non. E infine lascia perplessi la nostalgia per la democrazia economica, proprio quando i consigli di sorveglianza e le esperienze di cogestione fanno acqua in Europa, e l’azionariato aziendale viene abbandonato perché s’è scoperto che non fa l’interesse dei lavoratori.

In conclusione, il documento chiede una complessa riforma dell’organizzazione e del modo di operare del sindacato. Si auspica, tra l’altro, un sostanziale decentramento e il reinsediamento territoriale, ritenuti inadeguati, nuovi criteri per la selezione dei gruppi dirigenti, un processo di democratizzazione interna contro gli accordi di vertice, il riconoscimento del pluralismo che rispecchi tutte le voci, un maggiore impiego di competenze esterne, come antidoto all’autosufficienza. Sono indicazioni che meritano attenzione, perché spie di una significativa divergenza tra realtà e aspettative in Cgil, un’organizzazione che è sempre apparsa coesa e ha saputo metabolizzare le eventuali divergenze interne.

Ciò che fa ritenere il documento un segnale di fronda, e non si rottura, è il quadro valoriale di riferimento. Il sindacato è ancora indicato come un soggetto sociale che si fa carico dei problemi della collettività, non come un’organizzazione di interessi di particolari ceti, e la prospettiva tutta politica dell’unità nullifica la competizione tra i sindacati nell’arena del marketing associativo. La politica resta un qualcosa da cui nel migliore dei casi si prendono le distanze, non un soggetto con cui si negoziano costi e benefici per i propri iscritti.