“Commenti&Analisi” Se l´Europa rinuncia alla sfida sulle pensioni – di J.P.Fitoussi

05/02/2003

5 febbraio 2003
 
Pagina 14 – Commenti
 LE IDEE
 
Se l´Europa rinuncia alla sfida sulle pensioni

          JEAN PAUL FITOUSSI

          LE NOSTRE società, invece di impegnare ogni risorsa a loro disposizione per costruire l´avvenire, si sfiniscono nel tentativo di prefigurarlo. Non credono più in verità ai discorsi astratti riguardanti la Riforma – quella con la R maiuscola – la liberazione delle energie, il dinamismo delle forze di mercato, eccetera. A questi discorsi credono soltanto coloro che sono capaci di trasformarli in traguardi concreti, in moneta sonante e in denaro liquido: meno detrazioni obbligatorie, maggiore libertà di licenziamento, maggiori entrate. Per tutti gli altri, però, si tratta soltanto di promesse che la prima folata di vento può spazzare via, perché il loro fine (la piena occupazione) è vincolato alla veridicità di una teoria – il liberalismo – che è oggetto di accese controversie. Per costoro, soltanto il passato costituisce un punto di riferimento, un punto fermo, suscettibile di lenire qualsiasi incertezza essi abbiano sull´avvenire. Pertanto non resta loro altra strategia se non quella di opporsi, in un modo o in un altro, a tutto ciò che potrebbe assomigliare ad una rimessa in causa dei «vantaggi acquisiti». Si può anche imprecare contro questo atteggiamento che mira a vivere di rendita, questo conservatorismo che vuole a tutti i costi che il domani assomigli all´oggi.

          Si può persino sottolineare che i protagonisti più chiassosi di questa strategia sono coloro i cui vantaggi acquisiti sono tra i più sostanziosi, e la cui protezione è tale che la loro protesta può farsi udire senza timori. Ebbene, se è lecito pensare tutto ciò, tuttavia non si può contestare la logica di un atteggiamento preciso, quello di chi esige in cambio una contropartita: se rinuncio ad un vantaggio adesso, che cosa ne avrò in cambio? E se l´avvenire è il regno di tutte le incertezze, per quale motivo dovrei privarmi di uno dei mezzi che mi potrebbero consentire di affrontarlo al meglio? Certo, ci sono gli altri, quegli altri i cui vantaggi acquisiti sono del tutto irrisori, quelli che vorrebbero a tutti i costi entrare nel gioco per acquisirne qualcuno, oppure ancora coloro la cui situazione è talmente precaria che non hanno modo alcuno di opporsi ad una contropartita iniqua. Solitamente è nell´interesse di questi ultimi che si esige dai primi che acconsentano ad una riduzione unilaterale dei loro "privilegi". In un certo senso, l´hanno già fatto. E´ da molto tempo, per esempio, che i lavoratori hanno accettato una dis-indicizzazione dei loro stipendi e una riduzione salariale affinché un maggior numero di persone trovi lavoro – per aumentare la crescita in termini di posti di lavoro – così come del resto hanno già accettato la revoca dell´autorizzazione amministrativa dei licenziamenti, i contratti di durata indeterminata e altre forme d´impiego precario.
          Queste riforme, probabilmente, hanno avuto effetti positivi su alcune variabili, in particolare le entrate e l´inflazione, ma apparentemente ne hanno avuti di mediocri sull´occupazione, come testimonia l´alto livello di disoccupazione che continua a caratterizzare molti paesi europei. A questa osservazione si potrebbe ribattere che la situazione sarebbe stata peggiore se tali riforme non fossero state messe in atto del tutto, ma l´onere della prova spetta indubbiamente ai partigiani della riforma, in negativo tanto quanto in positivo, perché non si riforma una società se non si ha altro da imporle che sacrifici e nessun avvenire da prospettarle.

          La prova, tuttavia, è impossibile a reperirsi con certezza, tanto svariati sono i fattori che influenzano l´evoluzione del mercato del lavoro. Le riforme ma anche le politiche di crescita, di stabilizzazione dell´attività su un alto tasso d´occupazione. Si tratta, piuttosto, di una questione di fiducia. Ma che cosa è la fiducia, se non poter contare sul fatto che una politica consentirà di migliorare l´avvenire? A questo riguardo il passato è stato un modello negativo come, del resto, lo è il presente. Sono due anni che in Europa la disoccupazione ha ripreso a crescere; sono dieci anni che i discorsi e le azioni privilegiano le riforme strutturali; sono venti anni che l´esiguità della crescita non consente di risolvere il problema dell´occupazione.
          «Quale che sia nell´abbondanza la soluzione migliore per la povertà, noi dobbiamo rigettare tutti i presunti rimedi che consistono, in sostanza, nello sbarazzarsi dell´abbondanza stessa» scriveva Keynes nel 1934. Eppure si ha l´impressione che l´Europa non abbia scelto questa via: pare rassegnata ad una crescita debole, pare aver accettato il persistente alto tasso di disoccupazione.

          E´ questo flagrante delitto d´incoerenza a spiegare l´incertezza dell´avvenire, il fatto che ci si aggrappi tenacemente ai vantaggi acquisiti. I leader europei nelle loro promesse includono anche un aumento dei tassi d´occupazione, come se il loro calo non fosse in gran parte una conseguenza della lentezza della crescita economica, della rinuncia all´abbondanza. Quante generazioni di "vecchi" hanno già conosciuto un´anticipata cessazione della loro attività lavorativa? E quante generazioni di giovani hanno già visto fallire il loro ingresso nel mercato del lavoro? Si può quantificare l´enorme danno che il rallentamento della crescita ha arrecato all´avvenire dei giovani nel momento in cui si sa con assoluta certezza, come ha spiegato Louis Chauvel, che il mancato ingresso nel mondo del lavoro si ripercuote su tutta la carriera lavorativa di un individuo.
          Questa perdita di fiducia nelle politiche pubbliche, inoltre, si aggrava ulteriormente per un´altra perdita di fiducia, quella nella gestione privata delle risorse umane. Non c´è dubbio che in linea generale questa si sia inasprita, che tra i lavoratori sia aumentata la pressione sulla più grande libertà di cui godono… e sempre continuando a dare il meglio di sé! Quest´evoluzione riflette le tensioni della concorrenza in un´economia globalizzata, oppure rispecchia l´indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori per effetto dell´alto tasso di disoccupazione? La domanda è ben lungi dall´avere riposta. Occorre anche valutare il deplorevole effetto dell´anomalo comportamento, quando non sia addirittura fraudolento, di un crescente numero di imprese, anche se tale numero rimane esiguo. La realtà non invita alla fiducia. Se qualcosa è fattibile nel contesto dell´attuale sistema di protezione del lavoro, perché i lavoratori accettino una riduzione delle protezioni di cui godono l´argomento deve essere inequivocabilmente convincente.

          Questo non significa che le riforme non siano necessarie; al contrario, sono indispensabili, soprattutto in un periodo di sdoppiamento del mercato del lavoro in lavori protetti e impieghi precari. Ormai occorrerà giudicare la validità delle riforme dai frutti che daranno, non soltanto dalla loro conformità o meno ad una determinata teoria. Gli ultimi due decenni ci hanno insegnato che senza un´adeguata politica di crescita i frutti richiederanno molto, troppo tempo forse, prima di giungere a maturazione.
          E´ in questo stesso ambito che si colloca la questione della riforma delle pensioni. Ormai se ne conoscono tutti i particolari e tutti i dettagli. Perché, allora, sussistono così tante difficoltà per metterla in atto? Il problema nasce dalla confusione tra riforme legate essenzialmente a delle teorie e quelle la cui urgenza è indipendente da qualsiasi ideologia. L´aumento dell´aspettativa di vita, l´arrivo alla soglia della pensione delle generazioni del baby-boom non sono questioni ideologiche, ma dati di fatto. Ed è proprio perché il diritto alla pensione costituisce l´unico patrimonio di gente senza altri mezzi che conviene non raggirarla sul valore di quello che accumula, né sui sacrifici ai quali deve piegarsi al fine di poterlo accantonare.
          Ed è proprio questa la vera scommessa della riforma: aumento dei contributi assicurativi e/o della loro durata, livello delle pensioni. Le popolazioni attive non possono sottrarsi alla riforma, perché questo significherebbe decidere implicitamente di ridursi il patrimonio-pensione, ossia il livello delle pensioni attuali e future. La loro diffidenza nasce dalla loro impressione che la riforma delle pensioni non abbia per finalità unica quella di regolare la questione delle pensioni, ma ne abbia anche altre, relative più che altro al funzionamento dell´economia di mercato: costo del lavoro, finanziamento delle imprese. Si potrebbe obiettare che in tutto questo non vi è nulla di male, e che in fondo se si potessero prendere due piccioni con una fava, sarebbe meglio per tutti. E´ vero, ma a condizione che nel farlo non si perda di vista l´obiettivo principale, riducendo la solidarietà e permettendo un rilevante aggravarsi delle ineguaglianze tra i futuri pensionati. Nei lavoratori la diffidenza nasce anche dal fatto che non aspirano ad entrare in un mercato di gonzi, e non intendono tollerare un periodo di contributi assicurativi più lungo della loro speranza di essere attivi nel mondo del lavoro. Restituire fiducia nell´avvenire esige dunque che anche la questione delle pensioni sia affrontata di per se stessa e in quanto tale, perché tutto sommato la gente ha compreso che dovrà versare più contributi e più a lungo, se vuole poter godere dell´aumento dell´aspettativa della sua vita. Ciò che legittima la riforma è la preoccupazione delle controparti, l´esigenza di uno scambio più equo e più ragionevole tra i «sacrifici» cui si accondiscende e il miglior avvenire che questi permettono («il patrimonio-pensione»). Se si vuole che la riforma sia oggetto di consenso, dunque, occorre che non vi siano mélange di teorie differenti né preoccupazioni corporativistiche.
          (Traduzione di Anna Bissanti)