“Commenti&Analisi” Se la sinistra finisce per divorziare dal lavoro (B.Ugolini)

24/10/2005
    lunedì 24 ottobre 2005

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    ATIPICIACHI

      Se la sinistra finisce per divorziare dal lavoro

        Bruno Ugolini

          Un divorzio. È quello che la sinistra sembra aver messo in atto con il pianeta dei lavori, quelli che si vanno formando oggi nel nostro Paese. Un pianeta così ben conosciuto dai protagonisti di questa rubrica dedicata ai lavori non regolati dai tradizionali rapporti. L’accusa è contenuta in un libro di grande interesse appena stampato dall’Ediesse. Il titolo è La parabola del lavoro nel riformismo italiano. L’autore è Michele Magno, già dirigente della Cgil, oggi dirigente dei Democratici di sinistra, membro della commissione progetto. Tutto parte da un’analisi di quanto va succedendo nel passaggio «dal mondo dei posti all’universo dei lavori».

          Una realtà in cui entrano in scena «nuove figure eterogenee ed eternamente in bilico tra la precarietà e l’innovazione» e in cui s’intrecciando «statuti differenziati e plurali del lavoro». Ed è a questo punto che è nato il «divorzio». Non nel senso che la sinistra (i partiti, i sindacati) non si occupi più di operai, impiegati e tecnici, della loro condizione. Questo avviene tutti i giorni. Ma quello che Magno lamenta è «la rinuncia a cercare nei cambiamenti del lavoro subordinato la base del suo progetto sociale». Il libro ripercorre attraverso numerosi saggi (apparsi su Argomenti umani, su l’Unità, su Quale Stato, ma anche sul Foglio), gli ultimi dieci anni. Una fase ricca «di idee importanti e lotte generose» soprattutto basate però su una linea difensiva. Con due tendenze. Quella di chi si faceva apologeta di un «nuovismo spesso declamatorio» e di chi si dava alla nostalgia «per quel mondo migliore che non c’è mai perchè sempre dietro l’angolo oppure alle nostre spalle». L’autore cerca una via diversa.

            La spiega con lucidità Alfredo Reichlin nell’introduzione che apre il volume: i processi innovativi aperti nel passaggio dal fordismo al post fordismo. offrono grandi potenzialità. Oggi «il lavoro intelligente e informato, quello capace di risolvere i problemi, è in ultima istanza la vera ricchezza delle nazioni nell’era della globalizzazione». Occorre prendere atto del fatto che è venuto meno il compromesso fordista, cioè lo scambio tra sicurezza del lavoro e subordinazione del lavoro. Il nuovo compromesso può essere quello tra qualità del lavoro e partecipazione dei lavoratori all’impresa. Così Magno puntualizza la proposta: «Oggi imprenditori e manager chiedono ai lavoratori una partecipazione responsabile. Il modo migliore di prenderli in parola è quello di proporre una questione di cittadinanza del lavoro nell’impresa e nella società». È il grande tema della democrazia economica e della libertà.

              Un nuovo compromesso, dunque, non un ritorno al passato. L’autore non rinuncia a lanciare strali nei confronti di chi sembra credere che la trasformazione del mondo dei lavori sia solo una fase di passaggio, una specie di complotto dei padroni. È una sfida nuova, invece, che si vince se si riesce a spostare l’innovazione sul terreno della valorizzazione del lavoro «tutelando con nuovi diritti individuali e collettivi la persona in carne ed ossa». Con la coscienza, però, che si opera «in un contesto di irreversibile flessibilità delle prestazioni», con l’intento di liberare le persone «dai vincoli oppressivi con cui le sopravviventi gerarchie tayloristiche continuano ad imprigionare il lavoro».

                È una linea che chiama in causa anche il sindacato e non mancano le critiche ad una parte della stessa Cgil. C’è una sinistra radicale, scrive, «convinta che il post fordismo sia gratificante solo per un’elite di lavoratori professionalizzati». E che quindi l’unica cosa da fare sia lasciare andare questa «elite» per conto suo, cercando solo di recuperare il lavoro precario sotto la rete della protezione fordista. La critica investe poi le divergenze tra sindacati proprio attorno alla lettura da dare del mercato del lavoro e delle sue trasformazioni. Con una parte che prenderebbe realisticamente atto delle diversità favorendo l’articolazione delle tutele, delle sedi negoziali, delle retribuzioni. Ed un altra che intenderebbe solo agire per contenerle, «nella presunzione che il molteplice possa essere ridotto all’unità di un lavoro omogeneo e indistinto». Il tutto si sarebbe risolto, secondo Magno, negli ultimi anni, in un confronto tra «negoziatori» e «conflittuali». Solo che quegli anni di dialettica aspra tra Cgil e Cisl-Uil, sono stati, a parere di chi qui scrive, una lezione per tutti, anche per quanti hanno puntato, appunto, sulla negoziazione a tutti i costi (vedi Patto per l’Italia) e ne sono usciti malconci. Così come appare poco praticabile oggi l’ipotesi (cara alla Cisl e ripresa dall’autore) di un ridimensionamento del contratto nazionale e di un ineluttabile spostamento verso l’azienda e il territorio delle competenze sulla distribuzione della produttività. Questo per il rischio, su cui tanti hanno ragionato senza ottenere convincenti risposte, di sfavorire in tal modo il mondo del lavoro meridionale e di cozzare poi con un rifiuto netto di altri partner sociali come la stessa Confindustria.

                  Ciò nulla toglie alla coraggiosa riflessione di Michele Magno, soprattutto quando affronta le linee generali di una nuova strategia, fondata su quel «compromesso» di cui abbiamo detto. E sulla convinzione che la sinistra debba saper ritrovare nel lavoro, così come si presenta oggi, le proprie radici, un proprio modello di società. Con la consapevolezza che «nel lavoro flessibile e discontinuo, che non coincide più con un posto ma con un percorso, si riflette una richiesta di maggiore libertà, ma si rafforza anche la preoccupazione di non trovare lavoro o di perderlo».