“Commenti&Analisi” Se è proibito dire “francese” – di D.Leavitt

20/03/2003

          GIOVEDÌ, 20 MARZO 2003
           
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          Se è proibito dire "francese"
           
           
           
           
          DAVID LEAVITT

          Mentre George Bush si accinge ad attaccare l´Iraq, l´atteggiamento dell´America verso l´Europa – e in particolare verso la Francia – non è mai apparso tanto schizofrenico. Da un lato, nei negozi e sui cataloghi di arredamento di lusso, le parole "provençal" e "tuscan" sono diventati sinonimo di una sobria eleganza per ambienti di campagna che, spesso, con la Provenza o con la Toscana, non hanno nulla a che vedere. Qui a Gainesville, nella Florida, dove risiedo, il locale caffè della Starbucks ha lanciato una promozione, il cui primo premio è un giro dell´Italia in Vespa.
          Abbiamo un fornaio francese dove si possono acquistare formaggi francesi, croissant e pain au chocolat, e il nostro quotidiano locale ospita, nella sua sezione immobiliare, la pubblicità di una costosa villa in «stile architettonico mediterraneo». Dall´altro lato, la settimana scorsa, Ginny Brown-Waite, una deputata repubblicana della Florida, ha proposto una legge che prevederebbe il rimpatrio a spese del governo federale dei resti dei soldati americani sepolti in Francia durante la Seconda Guerra Mondiale. «I resti dei nostri coraggiosi uomini devono giacere in una terra che mostra un sentimento patriottico», ha dichiarato, «non in un paese che ha girato le spalle agli Stati Uniti e alla memoria degli americani che lì hanno combattuto e sono morti».
          Il rappresentante repubblicano Bob Ney – ironicamente di discendenza francese – ha ordinato che sia tolta la parola "francese" dai menu dei ristoranti del Congresso, è così, ora tra i piatti che vengono serviti, invece delle solite "french fries", le patatine fritte, o "french dressing", un condimento per insalate, si trovano le "freedom fries", patatine della libertà, e il "freedom dressing", condimento della libertà. Nel frattempo, in Pennsylvania, un altro repubblicano membro del Congresso ha suggerito che nelle enoteche si sospenda la vendita del vino beaujolais.
          Ora, né Bob Ney né Ginny Brown-Waite appartengono probabilmente al tipo di americani che durante l´estate affittano ville nel Sud della Francia. Si può presumere che siano più orientati verso un parco Disney. Ma se anche così fosse, nei fatti, questi loro tentativi di tradurre in legislazione un sentimento anti-francese fanno leva su una diffusa xenofobia nella cultura americana. Da turisti, idealizziamo l´arte, i paesaggi e l´architettura europee. Offriamo ai nostri figli di trascorrere un semestre in Europa. Consumiamo molti dei nostri pasti in ristoranti francesi e italiani (anche Disney World ha le sue repliche della Tour Eiffel e della Torre di Pisa) e Dio sa quanto beaujolais beviamo. Ciononostante, quando entriamo nella sfera della politica, diventiamo diffidenti, sospettosi e arroganti come… sì, come i francesi, i quali, nonostante le loro frequenti prese di posizione antiamericane, non sono estranei essi stessi all´imperialismo, al razzismo e al colonialismo. I francesi hanno sovente un atteggiamento dispregiativo della cultura americana, anche se accolgono con una avidità incomprensibile alla maggior parte degli americani, attori come Jerry Lewis o scrittori come Paul Auster, come per dire: «il nostro buon gusto è superiore al vostro, sappiamo persino meglio di voi quel che avete di buono». E come ha riferito recentemente il New York Times, la maggior parte del materiale che ha consentito agli iracheni di costruire i loro arsenali proviene da due paesi: la Francia e gli Stati Uniti. Quel che non si dovrebbe scordare è che entrambi questi paesi, la Francia e gli Stati Uniti, sono profondamente coinvolti nella creazione della minaccia che ora l´Iraq pone, e nessuno dei due è disposto ad ammetterlo.

          Traduzione di Guiomar Parada

          David Leavitt, scrittore americano, si è rivelato nel 1984 con i racconti "Il ballo di famiglia"