“Commenti&Analisi” Sciopero selvaggio è una protesta contro il sindacato (M.Unnia)

03/12/2003

ItaliaOggi (Commenti)
Numero
286, pag. 1 del 3/12/2003
di Mario Unnia

Sciopero selvaggio è una protesta contro il sindacato

Contro chi era diretto lo sciopero selvaggio dei ferrotranvieri che lunedì 1° dicembre ha messo in ginocchio Milano? Contro i cittadini e gli altri lavoratori? No di certo. Contro l’azienda? No, perché contro l’Atm erano sufficienti le otto ore di sciopero regolarmente annunciate. Perché dunque centinaia di lavoratori hanno infranto il patto e per ventiquattro ore si sono astenuti dal lavoro?

È fuor di dubbio che quel che è successo va catalogato come un ammutinamento delle basi contro i vertici sindacali. È la prova di una crisi profonda che da tempo travaglia le tre organizzazioni confederali. I motivi sono diversi, ma l’esito è comune: si sta incrinando il rapporto di comprensione e fiducia che deve legarli ai loro associati. Il messaggio indirizzato ai vertici potrebbe suonare dunque così: tornate a occuparvi di contratti e smettete di fare politica. Ma può esserci dell’altro.

In Cgil da tempo si manifestano segni di dissenso verso la segreteria Epifani. Anche dagli ambienti sindacali di Milano sono venute voci critiche della sua subordinazione agli obiettivi politici della sinistra, ed è stato denunciato il rifiuto aprioristico del dialogo con il governo: i sindacalisti devono negoziare, prima di tutto, è stato ricordato dalla base, e non trasformarsi in ´signor no’. Questa eccessiva concentrazione sui temi politici, questo coinvolgimento esasperato nelle vicende dell’Ulivo, rispetto alle quali un sindacato dovrebbe assumere un atteggiamento di prudente attesa, han fatto sì che i negoziatori realisti delle vertenze fossero scavalcati dagli estremisti, come ha mostrato lo scontro tra la Fiom e le imprese di Reggio Emilia sulla questione del contratto nazionale dei metalmeccanici.

In Cils e Uil le critiche sono state e sono analoghe. Troppa enfasi sulla questione delle pensioni, e per di più un atteggiamento di presunzione che non facilita il necessario dialogo con il governo. Pezzotta, che aveva dato prova in passato di essere persona di buon senso, sfoga vecchi rancori che non si addicono a un leader sindacale. Rimprovera il governo di non averlo consultato sulla riforma previdenziale, e ai ripetuti inviti a far conoscere la proprie proposte in merito, risponde che lui e i suoi soci sceglieranno il momento, solo dopo la marcia romana in programma per il 6 dicembre. Come dire, o si accettano i nostri tempi, o saranno guai. I sindacalisti di base avvertono questa distrazione dei vertici dalle vertenze, e al tempo stesso sentono le proteste dei lavoratori, iscritti o meno ai sindacati, che li vorrebbero più a fuoco sulla comprensione e sul soddisfacimento delle loro aspettative.

Questo processo di eccessiva politicizzazione delle tre organizzazioni confederali ha avuto un secondo effetto negativo, oltre a quello lamentato di averle allontanate dalle basi. Il virus della politica ha contagiato anche le strutture sindacali intermedie e locali. La tentazione di inserirsi nei giochi del tormentato Ulivo o della turbolenta Casa delle libertà si è fatta irresistibile. L’occasione delle prossime elezioni che incalzeranno dal 2004 al 2006 è troppo ghiotta per rinunciare al protagonismo. Non c’è incontro pubblico o privato in cui non si senta la voce del sindacalista che disserta sulla nuova sinistra o sul nuovo partito moderato, o non dica la sua sulle beghe del ballatoio della politica locale.

Si ha l’impressione che, sia a sinistra, sia a destra, ci sia voglia di riempire i vuoti lasciati dalla politica, sempre più ermetica, autocentrata, incomprensibile ai più. E che certi sindacalisti di base sentano l’opportunità di cogliere questo vento da anni 70, quando la società civile ritenne di potersi sostituire ai partiti, secondo modalità pacifiche attraverso la partecipazione popolare, e purtroppo anche mediante la violenza, fortunatamente minoritaria. La lezione di allora dovrebbe far riflettere i protagonisti della vita sindacale: quando non si riesce a controllare la proprie basi, si innescano dei meccanismi di politicizzazione selvaggia che possono andare a parare fuori dalle regole della convivenza civile.

In questa situazione, dunque, non ci si stupisca se ci sono, e si intensificheranno in seguito, le manifestazioni di protesta al di fuori del controllo delle centrali sindacali. L’episodio di Milano è solo un primo segnale. E ambiguo per di più, perchè può avere due contenuti alternativi: smettete di fare politica, tornate a fuoco sulle vertenze, oppure, al contrario, fate politica dura, al di fuori delle mediazioni dei partiti. Siate negoziatori, oppure un vero e proprio contropotere.

Non sono dunque sufficienti le condanne dei vertici. Occorre che Cgil Cisl e Uil ascoltino attentamente le volontà dei rappresentati, e in ogni caso diano prova di disporre di meccanismi forti di autoregolazione in grado di punire i devianti prima che l’onda dell’ammutinamento corporativo a fini politici di parte prenda il sopravvento nel corso delle vertenze contrattuali. Altrimenti perderanno ancora potere e autorevolezza.