“Commenti&Analisi” Sciopero, ergo sum – G.Berta

05/06/2003

      05 Giugno 2003

      ARTICOLO 18 E ALITALIA: MOBILITAZIONI SENZA VERTENZE
      SCIOPERO, ERGO SUM
      Giuseppe Berta


      A una decina di giorni dalla scadenza del referendum sulla tormentatissima questione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e della sua estensione alle piccole imprese, l’agenda sindacale sembra tornata d’attualità in Italia. Da un lato, è vibrante l’eco dei problemi e dei disagi connessi alla protesta dei lavoratori dell’Alitalia; dall’altro, sembra riaffacciarsi ancora una volta il problema di una regolazione delle relazioni industriali.
      Negli ultimi due anni, la questione sindacale è riemersa all’attenzione dell’opinione pubblica in forme contraddittorie, che però si sono assommate con l’effetto di creare una situazione di confusione cui riesce difficile sottrarsi. Il nostro Paese ha conosciuto un’impennata improvvisa nelle ore di sciopero che non è stata provocata da reali controversie di lavoro, bensì dalla mobilitazione che si è creata sull’onda emotiva dell’articolo 18. Nel sistema industriale, è facile osservare come la conflittualità non sia tanto connessa ai rinnovi dei contratti collettivi di lavoro, quanto alle variabili di contesto che fanno loro da sfondo. Spesso nei settori produttivi i contratti sono stati siglati senza provocare aumenti significativi degli scioperi. Semmai, la protesta è scattata in qualche caso dopo, quando la firma era stata ormai apposta sugli accordi. Così è avvenuto, per esempio, nel settore metalmeccanico, dove la Fiom-Cgil ha promosso astensioni dal lavoro e manifestazioni di piazza dopo la sigla del nuovo contratto stipulato tra la Federmeccanica, la Cisl e la Uil. Peraltro, le dimensioni degli scioperi non paiono tali da incidere sulla capacità operativa delle imprese industriali e posseggono essenzialmente un valore simbolico.
      Su questo quadro già di per sé confuso si innestano fenomeni nuovi come quelli legati alla crisi del trasporto aereo e ai tentativi di arginarne i costi agendo sulla distribuzione del personale. È evidente che qui si è di fronte a una tematica sindacale del tutto differente da quella evocata dai classici meccanismi di tutela del lavoro. Nell’immaginario collettivo, tuttavia, le diverse dimensioni stanno incominciando a mescolarsi, con la conseguenza di riportare tutto a un indistinto problema sindacale, da districarsi introducendo poche misure essenziali.
      Naturalmente, non è affatto così. Le relazioni industriali (cioè il sistema della negoziazione collettiva fra i rappresentanti dei lavoratori e quelli delle imprese) devono certamente essere ricondotte a un nucleo di razionalità, ma è ben difficile che questo possa avvenire attraverso norme facilmente generalizzabili a tutte le realtà, a prescindere dalle specifiche condizioni di lavoro. È vero peraltro che le vicende sindacali presentano anche tratti comuni sui quali si dovrebbe poter intervenire. Uno di essi è costituito senza dubbio dalla verifica della rappresentatività delle varie organizzazioni sindacali, che in alcuni ambiti hanno avuto un’autentica proliferazione, a scapito dell’efficacia delle procedure di contrattazione. Sarebbe opportuno che si riprendesse a discuterne all’indomani di un referendum che finora ha soltanto acutizzato il senso di malessere della nostra politica sindacale.