“Commenti&Analisi” Sciopero e sindacato ai tempi del bipolarismo

01/12/2004
    mercoledì 1 dicembre 2004
    pagina 2 commenti

    EDITORIALE

    RIPENSAMENTI.

    Sciopero e sindacato
    ai tempi del bipolarismo


    Che cos’è lo sciopero ai tempi del bipolarismo? E, soprattutto, che cos’è il sindacato? Passata la buriana, è forse il caso di guardare sotto la superficie della polemica politica contingente. Non c’è infatti nessuna anomalia nel fatto che i sindacati scioperino contro la riduzione dell’Irpef, come accusa il centrodestra. Da sempre le organizzazioni dei lavoratori dipendenti sono a favore di una spesa sociale alta, ritenendo che così si proteggano i redditi bassi. E non c’è niente di particolarmente anomalo nel fatto che i sindacati scioperino di fatto con l’appoggio della Confindustria: non è certo la prima volta che i produttori – padroni e operai – si alleano per chiedere una politica economica più a favore dell’offerta che della domanda. La vera anomalia di questo sciopero è un altra: ed è che esso non cambierà la legge finanziaria, né il suo contenuto più bombastico, la riforma fiscale.

    Questa è davvero una novità del bipolarismo. Uno sciopero, generale o no, le tre confederazioni sindacali lo hanno sempre piazzato a metà dell’iter della finanziaria. Ma in tempi più consociativi (la prima Repubblica), o con coalizioni più permeabili alla pressione sindacale (il primo Berlusconi buttato giù da uno sciopero sulle pensioni), o addirittura direttamente esposte alla loro influenza (i governi dell’Ulivo, che non potevano agire contro la Cgil di Cofferati), i sindacati scioperavano e ottenevano. Strappavano parziali o radicali modifiche perché avevano delle sponde e degli sponsor nella maggioranza di governo, ognuno dei quali non aveva né voglia né interesse ad andare in rotta di collisione con Cgil-Cisl-Uil. Lo sciopero era dunque insieme una prova di forza e forma di trattativa.


    Così non è più. Lo si è visto nella grande mobilitazione della Cgil contro la legge Biagi, che è passata perdendo per strada solo l’orpello dell’articolo 18, non essenziale e sostanzialmente simbolico. Lo si è visto nella protesta contro la riforma delle pensioni, che è passata praticamente com’era. E lo si vedrà sui tagli fiscali, per i quali l’accordo di maggioranza e il quasi certo ricorso alla fiducia parlamentare si mostreranno più forti di ogni mobilitazione sindacale.


    Ma se il sindacato non sciopera più per ottenere, perché e come deve scioperare? C’è ovviamente un diritto-dovere delle organizzazioni dei lavoratori di testimoniare la propria forza e i propri orientamenti, è aspetto essenziale della democrazia, e lo sciopero di ieri è servito fondamentalmente a questo (oltre che a rilanciare la vertenza sul contratto degli statali). Ma nelle nuove condizioni si impongono tre ripensamenti.


    Il primo riguarda la forma di lotta: meno è strumento di trattativa (do ut des), più si impone un uso parco dell’arma dello sciopero generale. Colpisce in genere gli utenti, e radicalizza un sentimento antisindacale che in parte cospicua dell’opinione pubblica non è mai svanito. Il secondo riguarda la natura del sindacato: si impone una maggiore capacità di proposta, se si vuole convincere l’opinione pubblica che il proprio progetto è migliore di quello che ha approvato o sta per approvare il parlamento. Nel caso della riforma delle pensioni il sindacato compì un errore madornale nel non presentare una propria proposta alternativa – che in certi quartieri era già pronta – e che tutto sommato era migliore di quella del governo, a parità di risparmio: avrebbe aperto voragini nella maggioranza e scvavato nel parlamento. Il terzo ripensamento concerne la collocazione politica del sindacato: deve apparire sempre meno schierato con una parte politica – in questo caso l’opposizione – e sempre più trasversale, capace cioè di approvare o contrastare il governo sulla base dei contenuti proposti e non per partito preso. In questo senso emblematico è il caso della Cisl di Pezzotta. La quale ha difeso la riforma Biagi e il patto per l’Italia, diventando oggetto perfino di intimidazioni terroristiche, oltre che di furibonde polemiche sul suo «tradimento». E che però oggi, di fronte a una riforma fiscale che tocca direttamente la sua concezione sociale e il suo insediamento di categoria – in particolare gli statali – è in prima fila nel bocciare il governo e nel contestarlo. E’ per questo che Pezzotta ha potuto rivendicare con sincerità che quello di ieri era uno sciopero «politico» perché si opponeva a una «politica». Non uno sciopero-negoziato. Ed è per questo che Pezzotta è diventato il trascinatore di questa battaglia. Anche per lui, comunque, che da queste giornate esce come protagonista assoluto, si pone il problema che si pone per tutto il sindacato italiano: fare io conti con la terza sconfitta consecutiva: dopo la legge Biagi e la riforma delle pensioni, la manovra fiscale.