“Commenti&Analisi” Scende il lavoro, scende l’Italia- L.Pennacchi

04/07/2003




04.07.2003
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economia

Scende il lavoro, scende l’Italia
Il governo nega il declino economico eppure nel 2003 e nel 2004 la crescita del nostro Paese resterà prossima allo zero
Forse la perdita delle quote di mercato è dovuta al fatto che i bassi salari non sono garanzia di competività

Laura Pennacchi
La bufera che l’onorevole Berlusconi ha scatenato sull’inaugurazione del semestre di presidenza europea non è molto
diversa da quella che egli sta già addensando sull’economia e sulla
società italiana. Infatti, il medesimo onorevole Berlusconi viene
ora trasformando la presentazione del Dpef – che incredibilmente rinvia di giorno in giorno – nell’ennesima «recita a soggetto» per il teatro interno, disseminata di litigi, di bugie, di negazioni della realtà.
Emblematico è il tema del «declino» economico dell’Italia che quest’anno da noi è stato al centro della stagione dei grandi resoconti
istituzionali, dal rapporto annuale dell’Istat all’assemblea della Banca
d’Italia alle relazioni delle Autorità indipendenti.

Eche, all’opposto, dal governo in carica viene non solo minimizzato ma addirittura negato. Leggere per credere le numerose dichiarazioni del ministro Tremonti che tuonano: «Il declino non esiste!».
Eppure, sembra ormai assodato che la crescita in Europa nel 2003 e nel 2004 rimarrà al di sotto dell’1% e in Italia resterà prossima
allo zero. Dunque, si conferma una maggiore vulnerabilità dell’Italia alla dura crisi economica internazionale in atto, la quale è intrinseca proprio al sentiero di declino che il nostro Paese ha imboccato. Chiediamoci: se la maggiore vulnerabilità dell’Italia deriva dal declino,
a sua volta il declino da che cosa deriva? Porsi questo interrogativo è fondamentale per identificare soluzioni valide, sconfiggendo le visioni neoliberiste (integrate con un colbertismo-protezionismo «ad usum delphini») che guidano l’azione del governo, ma anche mettendo
in luce gli stereotipi di cui esse sono infarcite, stereotipi su cui il dissenso crescente in termini di diagnosi che divide il governo dal governatore della Banca d’Italia e da una parte cospicua del mondo imprenditoriale – ma non dai vertici confindustriali! – torna talora a ricomporsi in termini di prescrizioni terapeutiche.
Un tipico stereotipo riguarda il costo del lavoro, considerato la componente che ha maggiormente ostacolato la competitività, il quale è connesso a un più generale stereotipo che attribuisce le carenze della competitività italiana a troppe regole, troppo Stato, troppe tasse, troppa spesa sociale, troppo sindacato, da cui si ricava una semplicistica ed automatica ricetta per rilanciare lo sviluppo: meno regole, meno tasse (per i più ricchi), meno Stato, meno spesa sociale (soprattutto meno spesa pensionistica), meno sindacato, meno reddito e meno diritti per i lavoratori. È la devastante filosofia che unifica la
politica macroeconomica di Tremonti – la quale sta ora cercando nelle pensioni il prossimo bersaglio da colpire per finanziare l’abbassamento al 33% dell’aliquota fiscale per i più ricchi – e la politica micro-economica per il mercato del lavoro di Maroni.
Ma questi stereotipi non reggono a più accurate verifiche empiriche che, al contrario, inducono a individuare le criticità del sistema produttivo italiano in fattori di carattere strutturale quali gli scarsi investimenti (specie in R&S e in ICT), la specializzazione produttiva in settori tradizionali maggiormente esposti alla concorrenza internazionale, la limitata dimensione aziendale, il basso livello di
istruzione e formazione della forza lavoro, la scarsa qualità delle infrastrutture, la insufficiente concorrenzialità di alcuni mercati, come quello dell’energia, delle assicurazioni, dei servizi professionali,
del commercio all’ingrosso, delle comunicazioni.
In particolare, appare cruciale il binomio «investimenti declinanti/specializzazione produttiva statica». I primi hanno fatto registrare nel decennio 1992-2001 nel solo campione Mediobanca
una diminuzione, a prezzi costanti, del 23% e il dato è ancora più allarmante per quanto riguarda la spesa in ricerca e sviluppo,
la cui situazione configura un vero e proprio disastro.
Della specializzazione produttiva tradizionale dell’Italia è il recente rapporto dell’Istat a dire che essa «è in gran parte responsabile del forte rallentamento delle nostre esportazioni».
Andamenti opposti a quelli impliciti negli stereotipi emergono, invece, in merito a produttività, costo del lavoro, retribuzioni. In particolare la produttività del lavoro risulta mantenere valori assoluti sorprendentemente alti, nonostante il freno esercitato da fattori quali le limitate dimensioni aziendali, la staticità della specializzazione
produttiva, la carente capacità innovativa, lo scarso investimento
nel capitale umano. A diminuire decisamente è la «produttività totale dei fattori» – la più importante perché fornisce una stima della capacità di assimilazione del progresso tecnico – per cause individuate
dalla Banca d’Italia nel «progressivo cumularsi di ritardi nella spesa per infrastrutture, nella formazione e nell’impiego di capitale umano qualificato, nell’adeguamento della regolamentazione dei mercati dei prodotti e dei fattori, negli investimenti in ricerca e sviluppo».
Anche i luoghi comuni correnti sul costo del lavoro trovano scarsa conferma empirica.
Infatti, per tutti gli indicatori relativi (compreso il costo del lavoro orario misurato in dollari) l’Italia si trova a un livello significativamente più basso degli altri paesi sviluppati. Ciò è, del resto, la logica conseguenza del fatto che entrambe le sue due componenti costitutive – gli oneri sociali e le retribuzioni – conoscono un trend in diminuzione. I contributi sociali sono scesi di 2,5 punti di Pil nel 1998 e hanno raggiunto una quota pari al 12,7% nel 2002 (inferiore di quasi 6 punti di Pil rispetto a Francia e Germania), mentre le retribuzioni di fatto nominali sono cresciute a tassi inferiori di un punto percentuale rispetto alla produttività. L’evidenza
è ancora più impressionante per quanto riguarda le retribuzioni reali mensili nette (ossia al netto delle imposte, dei contributi a carico dei lavoratori e degli effetti dell’inflazione), le quali – secondo
l’ultima Indagine sui Bilanci delle Famiglie della Banca d’Italia – sono diminuite rispetto al 1989 del 7,6%, diminuzione che diventa quasi del 16% al Sud.
Di tutto ciò vanno sottolineate tre implicazioni: a) nell’industria in senso stretto le retribuzioni reali lorde non sono riuscite ad appropriarsi dei guadagni di produttività, la quale è aumentata nel periodo del 7,5% a prezzi costanti, mentre le retribuzioni sono cresciute solo del 4%; b) anche la distribuzione interna al lavoro
dipendente è notevolmente peggiorata a danno soprattutto dei più deboli, cioè i lavoratori low paid (la cui quota è più che raddoppiata),
specie se donne (un quarto del totale delle lavoratrici dipendenti ha una bassa retribuzione) o lavoratori del Mezzog iorno; c) la
combinazione dell’andamento delle retribuzioni e della crescita della produttività del lavoro ha comportato una riduzione di 2,3 punti di Pil della quota dei redditi da lavoro dipendente nella distribuzione del prodotto e un incremento di quella dei profitti e dei redditi da lavoro autonomo, una redistribuzione che, secondo le parole della Banca d’Italia, deriva «da una crescita dei margini di profitto in molti settori dell’economia e non da una riallocazione settoriale verso i comparti a
più alta intensità di capitale».
In conclusione, mentre la stagnazione delle retribuzioni ha avuto effetti negativi sul consumo e sulla domanda interna, le politiche di moderazione salariale, accompagnate da misure fiscali di riduzione
del costo del lavoro, non sembrano essere state utilizzate per produrre effetti positivi sull’offerta e sulla posizione competitiva
dell’Italia, essendosi tradotte principalmente in maggiori profitti.
Se in Italia si sono perse quote di mercato nonostante la flessibilità dei salari, forse è proprio perché i bassi salari non sono garanzia di competitività, né questa è garanzia di successo commerciale. La «competitività di qualità» è assai meno rigida della «competitività di costo», quindi maggiormente influenzabile dalla soggettività dei
comportamenti, specie per quanto riguarda sia le politiche pubbliche che le strategie imprenditoriali. Le une e le altre dovrebbero essere meno conservatrici e più orientate a una maggiore assunzione del
rischio, all’innovazione dei processi e soprattutto dei prodotti, all’incremento della produttività e della redditività attraverso
non solo il taglio dei costi ma mediante gli investimenti e l’estensione della base produttiva.