“Commenti&Analisi” Salari e previdenza (A.Giancane)

11/09/2003

ItaliaOggi ()
Numero
215, pag. 1 del 11/9/2003
di
Antonio Giancane

Salari e previdenza, una riforma chiama l’altra

Si riparla di salario. Di fronte a un’inflazione che erode il potere d’acquisto dei lavoratori, il sindacato rilancia sulla politica dei redditi e sul tema della tutela dei salari. La scelta cade in un momento delicato e non sembra un diversivo. Tanto che il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, promette un autunno salariale molto caldo, certamente letale dopo l’estate appena conclusa; dal canto suo, la Cisl ha chiesto un tavolo di confronto immediato sul differenziale tra retribuzione e costo della vita.

Non si può dire che i sindacati abbiano torto. Con l’entrata in vigore dell’euro si sono rafforzati la valuta e il patrimonio, ma nel nostro paese sono stati di fatto svalutati tutti i redditi, tra cui i salari e gli stessi profitti. Il problema è più complesso se si considera, come ricorda il Fondo monetario internazionale, che in Italia è trascurata la correlazione tra salari, produttività, condizioni locali del mercato del lavoro e del costo della vita. Proprio a questo dovevano servire nel decennio passato la concertazione e oggi il dialogo sociale, declinato dal Patto per l’Italia.

A produttività invariata, sarebbe disastrosa una forte ondata di rivendicazioni salariali, che rischierebbe di emarginare ulteriormente la nostra industria rendendola ancor meno competitiva. Ciò non toglie che i sindacati abbiano ragione nel rivendicare aumenti in busta paga; la stessa dinamica salariale nelle grandi imprese mostra negli ultimi mesi sintomatici segni di risveglio.

E mentre le organizzazioni internazionali incoraggiano le nostre parti sociali ad assicurare che i salari riflettano in modo più adeguato i differenziali di produttività tra regioni e gruppi di lavoratori, il sindacato tentenna sulla riforma delle retribuzioni, che accentuerebbe la forza dei contratti aziendali a scapito di quelli nazionali. Lo stesso discorso vale per il pubblico impiego, dove si aggiunge l’ostilità del management a differenziare il salario per professionalità e produttività. Come se si volesse impedire che qualcuno faccia due passi e un altro tre, si pretende che tutti facciano un passo solo: salvo poi accorgersi che è un passo indietro.

La controparte intanto parla d’altro. Confindustria chiede la riforma delle pensioni, a un governo ancora diviso sulla questione previdenziale e riluttante a intervenire sulle pensioni di anzianità. È indubbia la necessità di procedere a una correzione degli andamenti previdenziali alla luce delle sfavorevoli condizioni finanziarie nel medio periodo. Sappiamo che dal 2006 si attende un’accelerazione della spesa che durerà fino al 2033. Intanto, nei bilanci previdenziali molti equilibri si reggono ancora su entrate tutte da dimostrare: in ogni caso si tratta di un forte aumento del prelievo sui giovani occupati (cui peraltro non saranno garantite pensioni dignitose) a favore dei lavoratori anziani; questo potrebbe aprire un inedito e sgradevole scontro generazionale se solo i giovani avessero una rappresentanza.

Anche in questo caso, non si può dire che gli industriali abbiano torto: quanto al livello del salario, Confindustria passa alla difensiva e denuncia il peso del prelievo che attraverso il fisco e i contributi sociali gonfia il costo del lavoro, minimizzando il salario netto in busta paga. Lor signori si devono tuttavia rendere conto che la svalutazione salariale impone un aumento delle retribuzioni anche al di là delle magre disponibilità dichiarate. Se i salari valgono sempre meno, la flessibilità salariale, anche territoriale, non potrà certamente avere l’obiettivo di ridurre i compensi, ma bensì di creare le condizioni per premiare la produttività e quindi garantire la crescita di tutto il sistema economico. Non tutti gli imprenditori sembrano averlo capito.

Morale della favola, in Italia le parti sociali non sono forza di governo perché hanno sempre teso a difendere lo statu quo; sovversive a parole, stentano quando si tratta di produrre nuove idee, foriere di squilibrio. Negli anni della concertazione sociale era almeno cresciuto il grado di reciproco riconoscimento e di dialogo fra sindacati e imprese. Oggi, forse per effetto della moda del bipolarismo e dei contrasti irrevocabili, le parti sociali dialogano molto meno, sia pur con lodevoli eccezioni: si veda l’accordo ´per lo sviluppo, l’occupazione e la competitività’ siglato recentemente a viale dell’Astronomia con le firme delle tre centrali sindacali.

Una possibile soluzione potrebbe essere azzerare tutto, e abbandonare la difesa dello statu quo per salari e pensioni: si tratta infatti di due riforme in qualche modo collegate. A tutti è evidente l’importanza di riformare un sistema previdenziale squilibrato, ma anche l’opportunità di dare più soldi in tasca a chi, se non ha il reddito sufficiente, non riuscirà mai a costruire una pensione integrativa. Non basta bussare a danari con il governo perché attenui il prelievo; si tratta di avviare a breve una nuova stagione economica nella quale crescano produttività del lavoro e relativi compensi, con molteplici obiettivi: sostenere i consumi, aumentare la competitività delle nostre aziende, offrire ai giovani l’opportunità di accantonare una pensione integrativa. Obiettivi che altrimenti rischiano di restare irrealizzabili.

Quanto al governo, c’è da scommettere che se la parti sociali si muovono, farà seriamente la sua parte. D’altra parte, occorre abbandonare lo statalismo previdenziale; basti pensare che in Germania la previdenza di origine aziendale è già utilizzata dal 64% degli addetti nell’industria e dal 28% nel commercio. Percentuali lunari, per il Belpaese.

Così non è impossibile pensare a modifiche alla delega Maroni con un’efficace incentivazione (anche nelle buste paga) della previdenza complementare aziendale e privata, da affiancare al sistema previdenziale pubblico.

Antonio Giancane