“Commenti&Analisi” Ritratto di un Paese nella nebbia (I.Diamanti)

10/11/2003

domenica 9 nov 2003

Pagina 1-15 – Interni
 
 
Ritratto di un Paese nella nebbia
          I riflessi della guerra in Iraq e l´instabilità della maggioranza di governo

          ILVO DIAMANTI

          È COME se fosse scesa la nebbia. In poco tempo. Pochi mesi: dalla fine di giugno ad oggi. Il sentimento sociale è mutato repentinamente: oggi gli italiani si scoprono più insoddisfatti e pessimisti, circa l´andamento dell´economia e del lavoro, più disorientati rispetto al futuro e più diffidenti verso gli altri. È ciò che mostra la seconda rilevazione dell´"Osservatorio sul capitale sociale degli italiani", curata da Demos, che, in questa occasione, si sofferma sui rapporti fra le persone, l´uso del tempo, le preoccupazioni soggettive.
          Non è da ieri che incombe, questa nube grigia e densa. È ormai da un biennio che fra i cittadini cresce il malessere, suscitato dalle difficoltà che investono il mercato e l´occupazione, dalla marcia senza soste dei prezzi. Dopo l´estate, però, questo sentimento è divenuto visibile e appanna gli occhiali con cui le persone guardano il mondo intorno. Così tutti gli indici analizzati dall´Osservatorio si orientano nella stessa direzione. La fiducia nelle prospettive dell´economia (indice Econ) si dimezza e parallelamente raddoppia il pessimismo. Il disorientamento "globale" dei cittadini (Disor) cresce di dieci punti. Mentre cala sensibilmente la fiducia negli altri (Fidal). Cos´è successo di rilevante da imprimere una svolta tanto negativa?
          Tre spiegazioni ci sembrano, fra le altre, più significative.
          1. A livello generale, il dopoguerra infinito. La vigilia della guerra in Iraq aveva generato un atteggiamento di incertezza e insoddisfazione nella società. L´intervento armato e il rovesciamento del regime di Saddam non hanno prodotto l´inversione di tendenza attesa, nell´economia e nel clima d´opinione. Il rimbalzo previsto dagli strateghi, che indicavano nella guerra un mezzo, cinico ma efficace, di battere la stagnazione, non è avvenuto. Certo, le borse paiono più reattive. Ma l´economia langue. E la guerra non è finita. Tutt´altro. Dopo il rovesciamento del regime, le vittime si assommano, insieme agli agguati, un giorno dopo l´altro. Saddam Hussein, come Bin Laden, resta imprendibile. Da ciò il senso di precarietà: della pace, dell´economia e della politica mondiale. Oltre che della sicurezza personale.
          2. A livello politico nazionale, pesa l´instabilità della maggioranza di governo. I litigi quotidiani, su tutte le materie, gli agguati, su provvedimenti piccoli e grandi. E le parole: macigni scagliati dai leader, in modo incrociato, senza risparmiare nessuno. Da cui la sensazione di non essere governati. Un´immagine che il premier non riesce più a contrastare. Perché non basta un presidente chansonnier, che racconta barzellette e dialoga in modo informale e diretto, da casa sua, in maglioncino, a rassicurare i cittadini. Non basta se prevale l´idea che non governi e non decida. Come ci si attende da un buon imprenditore.
          3. In più, indubbiamente, pesano le percezioni locali. L´Osservatorio sul capitale rileva quanto sia cresciuta la convinzione che a livello locale, dovunque, le opportunità di lavoro siano in rapido e sensibile declino. E ciò preoccupa, assai più della criminalità comune, che tanto inquietava la società, fino a qualche anno addietro.
          L´instabilità globale si intreccia, quindi, con la precarietà politica nazionale e con l´inquietudine che scava nell´ambiente di vita delle persone. Tutto ciò è complicato dal percorso delle riforme affrontato in questa fase, riguardo al mercato del lavoro e alle pensioni. Perché aggiungono incertezza a prospettive già incerte. Levano i ganci a cui le persone attaccano le loro aspettative circa il presente e il futuro. Individuale e familiare. Soprattutto nei settori sociali più periferici: gli anziani, gli operai, le casalinghe.
          Da ciò, da tutto ciò origina la nebbia che è calata, quasi all´improvviso. A cui le persone reagiscono, anzitutto, rafforzando le reti di reciprocità, le relazioni solidali, private. Gli scambi di favori e di aiuti con i familiari, con i vicini di casa, con gli amici. Inoltre, si allarga il tempo trascorso in famiglia, mentre si restringe quello passato all´esterno, nei bar, con gli amici; o nell´impegno sociale. Ma, nella percezione delle persone, si riduce anche il tempo trascorso da soli. La famiglia: diventa una sorta di baluardo, di fronte alle minacce esterne che incombono sulla nostra quotidianità.
          D´altra parte, i riferimenti della vita pubblica, in questo clima, perdono legittimità. Se fra i più ottimisti verso le prospettive economiche il 23% esprime fiducia nello Stato, questo atteggiamento si riduce al 6% fra i più pessimisti. Questo sentimento diffuso produce esiti evidenti anche sul piano elettorale. A pagarne il prezzo, secondo le previsioni, è soprattutto la Casa delle Libertà: la maggioranza che governa. L´Osservatorio sul capitale, curato da Demos, rileva come, all´interno del campione, fra gli elettori che nel 2001 avevano votato per il centrodestra, la quota di coloro che oggi confermerebbero il voto senza esitazioni non raggiunge il 60%. Solo uno su dieci, invece, avrebbe deciso di varcare il confine che lo separa dal centrosinistra. Mentre una quota molto più consistente, un terzo degli elettori della Cdl, si rifugia nella zona d´ombra del rifiuto e dell´astensione. Oppure si dichiara incerto. Naturalmente, al momento di votare, una parte di questi elettori potrebbe decidere, turandosi il naso, di confermare la scelta del passato. C´è, dietro a questo atteggiamento, la delusione espressa da chi aveva creduto alla rutilante giostra delle promesse, che avevano accompagnato la campagna elettorale della CdL. Dai mille e mille volti di Berlusconi, che, ad ogni angolo, in ogni vicolo e in ogni piazza, sorridente, assicurava lavoro e meno tasse per tutti. Lo scarto dalla realtà sperimentato dagli elettori – i piccoli imprenditori, ma soprattutto i lavoratori più marginali, gli anziani, le casalinghe – è divenuto troppo evidente per passare inosservato. E il protagonismo mediatico, con cui il premier conduce la sua azione in ambito europeo e internazionale, passa in secondo piano di fronte alle difficoltà quotidiane dei suoi elettori; e all´incapacità di governare la sua maggioranza. È la sfiducia economica la chiave di lettura del mutamento di clima sociale e degli orientamenti elettorali. E grava soprattutto su chi governa. Così l´insoddisfazione per la situazione economica nazionale e personale riguarda il 26% degli elettori "fedeli" della CdL, ma sale al 45% fra i "delusi". Mentre i pessimisti, circa la ripresa economica, salgono dal 5%, tra i "fedeli", al 22% tra i "delusi" del centrodestra. Anche fra gli elettori che nel 2001 avevano votato per il centrosinistra, peraltro, si osserva una quota di "delusi" significativa, per quanto più limitata: il 25%. Ma le motivazioni economiche non contano. Anzi: contribuiscono, semmai, a tenerli lontani dal centrodestra. Il che suggerisce due considerazioni conclusive.
          La prima riguarda il centrodestra: non si può mantenere a lungo il consenso senza fiducia. Quando le cose vanno male non c´è illusione mediatica che possa eludere l´evidenza dei fatti. E la sfiducia erode il consenso.
          La seconda riguarda il centrosinistra: oggi l´andamento sfavorevole delle stime elettorali per la CdL dipende dalla delusione più che dal tradimento. Dall´astensione più che dagli spostamenti. Dalle divisioni interne al centrodestra e dalla depressione internazionale. Non può sperare, il centrosinistra, di vincere puntando sul dissenso e sulla sfiducia. Negli altri. Grazie a Berlusconi. Neppure con una lista unica.