“Commenti&Analisi” Rischio in pensione – di O.Castellino

14/01/2003



14/1/2003

PERCHÉ BISOGNA LAVORARE PIÙ A LUNGO
RISCHIO IN PENSIONE

Onorato Castellino

CON argomentazioni abili ed eleganti, Alfredo Recanatesi si propone, ne La Stampa del 13 gennaio, di provare l’inutilità, anzi l’inopportunità, di un elevamento dell’età pensionabile. La tesi è pericolosa, ed è bene mostrare la debolezza dei suoi fondamenti. Innanzitutto, un chiarimento preliminare. Esistono un’età legale di pensionamento (oggi, in Italia, 65 anni per gli uomini e 60 per le donne) e un’età media effettiva, alquanto inferiore alla precedente, determinata da norme che consentono un’anticipazione (prima fra tutte la pensione di anzianità). L’età effettiva è andata diminuendo nel tempo: oggi è pari, per gli uomini, a circa 59 anni. Questa diminuzione si è paradossalmente verificata proprio mentre la vita media si allungava: un sessantenne ha oggi una probabilità di raggiungere gli ottant’anni assai superiore a quella del 1950. Per l’effetto congiunto dei due fenomeni, il rapporto tra il numero dei pensionati e il numero degli attivi continua ad aumentare; si aggrava conseguentemente l’onere che i secondi sostengono a favore dei primi. Chi propone (come, tra gli altri, suggerisce da tempo il CeRP, un centro di studi sulla previdenza operante in collegamento con l’Università di Torino) un’elevazione dell’età di pensionamento, intesa ad attenuare quell’onere, non si riferisce all’età legale, ma a un avvicinamento ad essa dell’età effettiva. E ora il punto cruciale. Recanatesi argomenta che il sistema produttivo, il quale già attualmente non assorbe per intero l’offerta di lavoro disponibile, non si saprebbe avvalere della maggiore offerta derivante dal ritardato pensionamento. Questa è un’affermazione ingannevole. L’occupazione complessiva non è un dato esogeno e immutabile; è il prodotto del funzionamento del sistema economico nel suo insieme. Accettare il livello di occupazione raggiunto in un dato momento storico, quale che sia, e fare perno su di esso per ogni altra decisione, ivi inclusa quella sull’età pensionabile, senza curarsi dell’andamento della speranza di vita, significa capovolgere il rapporto tra strumenti e fini.
La soluzione sta dunque nell’affrontare le cause della disoccupazione; nel rendersi conto che essa è fenomeno variegato e complesso; che è ben diversa tra le diverse aree del Paese, tra i diversi settori, tra le diverse qualificazioni; che può almeno in parte dipendere dall’eccesso degli oneri che gravano sul sistema produttivo proprio per l’elevato carico previdenziale. Indurre e favorire l’abbandono precoce dell’attività lavorativa, senza individuare le vere cause del problema, è scelta che conduce a un avvitamento nella direzione opposta a quella desiderata.