“Commenti&Analisi” Rinaldini, la Fiat e la via emiliana alla trattativa (G.Lonardi)

05/05/2004





PROTAGONISTI
lunedi 03 Maggio 2004

Rinaldini, la Fiat e la via emiliana alla trattativa


GIORGIO LONARDI


È il supporter più convinto del salario «come variabile indipendente». Roba da fine anni ’60, diresti: un’affermazione bislacca che scollega totalmente i risultati aziendali dalle buste paga. E invece no, lui, Gianni Rinaldini, classe 1951, segretario della FiomCgil dal 19 aprile del 2002, a questa formula ci crede fino al punto da averci convocato il congresso straordinario della Fiom stessa. Il prossimo 6 giugno, dunque, ci potremmo ritrovare con una Cgil sempre a favore del ritorno alla concertazione mentre i meccanici si blinderanno nel fortino della rincorsa salariale. Uno scenario delicato, quindi, di cui Melfi potrebbe essere solo il prologo.
Per capire chi è Rinaldini e come mai la Fiom sposi una strategia d’attacco che ci riporta ai profumi dimenticati dell’operaismo ci tocca prenderla alla lontana. E tornare a Bologna nel ‘68 quando il responsabile della sezione universitaria del Pci si chiamava Claudio Sabattini, futuro segretario generale della Fiom. Leader dotato di carisma, furbizia politica e grande determinazione Sabattini era reduce dalla sconfitta per il vertice del Fgci. Il partito, infatti, gli aveva preferito Achille Occhetto, perché lo considerava più affidabile e perché non si voleva un emiliano alla testa dei giovani comunisti. Poco male: di lì a qualche tempo Occhetto e Sabattini sarebbero diventati amiconi. Ma questa è un’altra storia.
Ad interessarci è invece la «covata» di studenti comunisti allevata in quegli anni da Sabattini. Un gruppo, che pur rimanendo graniticamente fedele al Pci, avrebbe flirtato sia con le tesi di Rosa Luxemburg che con l’operaismo nostrano dei Quaderni Rossi. Si tratta di un quartetto composto da Giorgio Cremaschi, attuale leader della sinistra Fiom vicino a Rifondazione, quindi da Sandro Bianchi, anche lui futuro dirigente Fiom (oggi guida il settore cantieristico) poi da Francesco Garibaldo, per 20 anni dirigente Fiom e infine da Tiziano Rinaldini. No, non si tratta di un refuso perché Tiziano è semplicemente il fratello maggiore di Gianni. Lo stesso «fratellone» che si farà notare fra il 76 e l’81 come braccio destro di Claudio Sabattini, allora responsabile Fiom del settore auto.
Le date contano perché quando Tiziano trattava con il capo del personale della Fiat, Gianni Rinaldini era solo un delegato alle Ceramiche Rubiera di Sassuolo, l’azienda chimica in cui era stato assunto nel 1977. Già allora, inoltre Giorgio Cremaschi era l’enfant terrible della Fiom, il «figliolo» prediletto di Sabattini che in seguito si sarebbe affrancato dal capo contestandolo duramente da sinistra.
Certo, successivamente Gianni ne ha fatta di strada: nel 1989 è eletto segretario generale della Camera del Lavoro di Reggio Emilia e poi dal 1996 è diventato numero uno della Cgil dell’EmiliaRomagna. Una carica che avrebbe lasciato solo nel 2002 per approdare ai vertici Fiom. Insomma, non possiamo certo affermare che Rinaldini sia un sindacalista per caso. Tuttavia è proprio questa lunga biografia all’interno della Cgil a suscitare perplessità.
Il primo limite di Rinaldini, dicono gli avversari del sindacalista all’interno di Cgil, Cisl e Uil, è quello di non essere un metalmeccanico. Certo, Gianni lavora sodo e in questi due anni ha fatto centinaia di assemblee sbattendosi da un capo all’altro del Paese. Eppure nel Dna di Rinaldini non c’è la grande fabbrica, così come mancano la Fiat piuttosto che la siderurgia. Un peccato da non sottovalutare per una categoria che da Fausto Vigevani ad Angelo Airoldi, da Pio Galli a Sergio Garavini allo stesso Bruno Trentin ha sempre scelto segretari generali con una solida esperienza dentro il settore.
Eppure, il problema vero è un altro. Rinaldini non ha mai guidato una categoria: non è stato capo dei tessili o dei chimici o dei lavoratori dei trasporti. Insomma, la sua specializzazione non è la trattativa dura con i mastini delle relazioni industriali Fiat, maestri nei trucchi e nelle tattiche dilatorie della contrattazione. Ma Gianni non è nemmeno aduso al negoziato con i più mansueti padroni di altri settori.
Quanto all’esperienza nella Cgil dell’Emilia Romagna dove Cisl e Uil contano poco e dove invece la Confederazione guidata da Guglielmo Epifani ha un peso preponderante potrebbe spiegare l’atteggiamento non proprio amichevole (un tempo si parlava di «tentazioni egemoniche») nei confronti di FimCisl e Uilm. Per Rinaldini, infatti, l’unità sindacale è un optional: si fa con chi ci sta. E se poi si rompe su 18 mila lire come è accaduto per l’ultimo contratto dei metalmeccanici, pazienza. Stessa musica a Melfi: contano i rapporti di forza, conta, soprattutto, la forza della Fiom. Peccato che queste divisioni avvantaggino sia la Federmeccanica sia un governo poco benevolo nei confronti del sindacato.
Da sempre seguace di Sabattini nei confronti del quale provava una vera e propria venerazione, Rinaldini è diventato segretario della Fiom proprio grazie all’appoggio dell’anziano leader della categoria. E così nel 2002 Gianni si è ritrovato capo dei meccanici potendo contare sul’«appoggio esterno» di Sabattini, eletto nel frattempo a capo della Cgil siciliana, che lo ha sempre supportato fino alla morte avvenuta improvvisamente l’estate scorsa. Più scomodo l’abbraccio di Cremaschi, il vecchio amico del fratello Tiziano, che in un primo tempo ha visto con sospetto la convocazione del congresso straordinario voluto da Rinaldini e probabilmente ispirato da Sabattini. Lo stesso Cremaschi che si è poi affrettato a siglare un accordo con il segretario generale. Lo scopo virtualmente riuscito: spostare la Fiom sempre più a sinistra prefigurando una scontro ancora più duro sul salario.