“Commenti&Analisi” Riforma pensionistica: il Corsera sbaglia…(G.Vitaletti)

15/07/2003

ItaliaOggi (Il Punto)
Numero
166, pag. 1 del 15/7/2003

di
Giuseppe Vitaletti
consigliere economico del ministro dell’economia
e delle finanze

Il Corsera preferisce un full a un poker e sbaglia quando crede che la riforma pensionistica sia più importante delle una tantum

A giugno 2001, prendendo servizio come consigliere economico del ministro Giulio Tremonti, mi ero ripromesso di sospendere le collaborazioni giornalistiche in corso. La decisione dipendeva prevalentemente dall’intento di dare un segno di innovazione, rispetto alla consolidata abitudine di sfruttare il pennacchio della carica soprattutto per scrivere articoli e frequentare convegni da protagonista. Il ruolo dei consiglieri dovrebbe invece estrinsecarsi soprattutto nel confrontarsi con le tecnocrazie ministeriali, per tentare di trasmettere a esse fermenti nuovi, nello stesso tempo imparando il molto che c’è da imparare dal modo concreto di formarsi delle scelte pubbliche.

Scelgo ora, spero per l’unica volta, di rompere questa autoconsegna, dopo oltre due anni di sostanziale rispetto della medesima. Lo faccio su ItaliaOggi, non tanto perché si tratta del quotidiano economico con cui ho collaborato in passato, ma soprattutto perché nel seguito riprenderò uno degli argomenti principali che ho trattato più volte nei miei interventi su questo quotidiano, argomento che è di assoluto rilievo nell’attuale congiuntura economica.

L’occasione che motiva la mia decisione è il fondo del Corriere della Sera di sabato 12 luglio ’03, a firma del noto prof. Francesco Giavazzi. Nello scritto l’autore muove un attacco durissimo all’aggiustamento di bilancio basato sulle una tantum, su cui a suo avviso si baserebbe anche il Dpef di prossima presentazione relativamente al 2004.

Egli paventa in particolare, e in un certo modo auspica, che se il bilancio pubblico non verrà incamminato verso il pareggio con interventi strutturali, il cui vero emblema a suo dire è costituito da ´una seria riforma delle pensioni’ (leggi: disincentivi potenti alle pensioni di anzianità), attorno a Ferragosto i mercati presenteranno il conto, in termini di mancata sottoscrizione dei titoli pubblici italiani, e quindi di tendenziale forte aumento del peso del debito pubblico.

L’avvisaglia di questo esito sarebbe nella recente presa di posizione dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, ripresa ovviamente con giubilo, la quale si avvierebbe a declassare il debito pubblico italiano proprio sulla base della dominanza delle misure di aggiustamento una tantum rispetto agli interventi strutturali.

L’argomento di miei diversi articoli passati su ItaliaOggi che riprendo, basato su più di una pubblicazione scientifica, è che i paesi avanzati, in particolare quelli del G8, presentano una tendenza alla sostanziale convergenza del rapporto investimenti privati/pil, mentre il rapporto risparmio privato/pil presenta divergenze di natura non congiunturale. Si possono in particolare enucleare paesi ad alto risparmio strutturale (Germania, Giappone, Italia), paesi a basso risparmio (Usa e, in misura minore, Gran Bretagna) e paesi a risparmio intermedio.

Data l’equazione scientifica che i risparmi privati di un paese devono essere pari alla somma tra investimenti privati, deficit del bilancio pubblico, avanzo della bilancia commerciale con l’estero di beni e servizi, i paesi ad alto risparmio riescono a non incorrere in crisi da mancanza di domanda, evitando la stagnazione, solo se riescono a conseguire:

a) un livello di investimenti superiore alla media;

b) adeguati avanzi nell’interscambio di beni e servizi con l’estero;

c) adeguati disavanzi pubblici.

Riguardo all’Italia, la prima via è impercorribile, data la natura non capital intensive della nostra economia.

La seconda via è percorribile, a patto tuttavia di un impegno adeguato della politica estera e dell’amministrazione del tesoro: in particolare nei confronti dei paesi dell’Est, dato che il cambio lira/euro ed euro/dollaro rende improbabili rilevanti avanzi strutturali nei confronti dell’area dell’euro e del dollaro. La terza via, largamente battuta in passato, è ora impercorribile, dato il patto di stabilità e sviluppo europeo, che impone il tendenziale pareggio di bilancio. Tuttavia l’adozione di misure una tantum, a limitato impatto sulla domanda, permette di rispettare il patto di stabilità senza gravare eccessivamente sullo sviluppo. Il pareggio strutturale di bilancio non comporterà pericoli di stagnazione da mancanza di domanda solo quando la seconda via verrà adeguatamente praticata, oppure verranno concepiti interventi di nuova natura tali da generare un tendenziale equilibrio tra investimenti e risparmi privati.

Deriva dalla sopraddetta analisi (ripetiamo, scientifica, e basata su concetti che per un economista dovrebbero essere elementari) che in Italia, almeno per qualche anno ancora, le una tantum sono indispensabili per evitare la stagnazione. Questo non significa che non si debbano fare interventi strutturali, tesi in particolare a rimuovere le anomalie italiane rispetto all’Europa. Di questi, ben quattro sono in via di attuazione, o di probabile prossimo varo. In ordine di tempo:

- il cosiddetto provvedimento tagliaspese, che mette fine al lassismo dei comportamenti, tipicamente italiani, in materia di spesa pubblica non coperta;

- la riforma della tassazione delle società di capitali, destinata a entrare in vigore dal gennaio 2004, che avvicina il modello di prelievo sulle grandi imprese a quelli più innovativi adottati di recente in Europa;

- il concordato preventivo, previsto da ben due leggi già approvate dal parlamento, la cui attuazione è in grado di dare un colpo decisivo alla principale anomalia italiana in Europa, riducendo in maniera significativa l’area dell’evasione fiscale;

- il connubio, relativamente alle aree svantaggiate, tra: a) trasformazione dei sussidi speciali a fondo perduto in prestiti a basso interesse; b) anticipo della riduzione dell’Irap sulla componente lavorativa.

Provvedimenti che se, come sembra, saranno adottati a partire dal 2004, sono pienamente in grado di agire positivamente su un altro grande problema specifico dell’Italia, la promozione dello sviluppo delle aree depresse, incrementando nel contempo di molto la moralità delle politiche designate a tale scopo.

Il primo e il quarto provvedimento hanno l’effetto di ridurre strutturalmente la spesa pubblica, come contabilizzata con le regole europee. Il secondo e il terzo forniscono le risorse per rendere effettiva la riforma tributaria promessa dal governo (forte riduzione dell’Irpef e dell’Irap), promuovendo per tale via i consumi e gli investimenti, e dunque favorendo la crescita delle entrate ´da sviluppo’, destinate al risanamento strutturale del bilancio. Si tratta di un ottimo poker, che i commentatori alla Giavazzi non vogliono ´vedere’, ma che non per questo non esiste.

Forti disincentivi alle pensioni di anzianità in questo quadro costituirebbero un quinto intervento strutturale, che porterebbe a tre le misure sul lato della spesa, rispetto alle due sul lato del prelievo. I puristi del risanamento potrebbero esultare, ma a mio avviso senza accorgersi di aver trasformato un poker in un full. Infatti alcune delle misure del poker, in particolare quelle che portano alla pace fiscale, per poter esplicare appieno il loro potenziale hanno bisogno della pace sociale, che verrebbe meno in caso di forti disincentivi immediati sulle pensioni di anzianità. Inoltre, in materia di pensioni, si può notare quanto segue:

- mentre le misure del poker rimediano a gravi anomalie italiane rispetto all’Europa, così non è per la riforma previdenziale, visti i numerosi interventi effettuati nel settore nel decennio trascorso;

- nel breve termine, per i prossimi due o tre anni, andranno in pensione di anzianità i nati a ridosso della conclusione della seconda guerra mondiale, che sono relativamente pochi, per cui si scatenerebbe una guerra sociale per ottenere pochi risparmi. È indispensabile invece intervenire sull’anzianità pensionistica per impedire il lievitare della spesa pubblica nel 2006-07, quando andranno in pensione i nati alla fine degli anni 40, che sono molto più numerosi;

- un intervento sull’anzianità non dilazionato alla prossima legislatura può essere comunque assai opportuno per trovare risorse per finanziare spese sanitarie troppo dinamiche. Ma l’anno giusto per far decorrere gli effetti di un provvedimento di questo tipo non è il 2004, bensì il 2005, quando saranno presumibilmente varati i nuovi meccanismi strutturali del federalismo fiscale, che all’inizio avranno al loro centro il finanziamento della sanità.

In definitiva, un intervento drastico sulle pensioni a partire dal 2004 può essere necessitato solo dall’imperversare dei troppi Giavazzi in Italia, in Europa, nel mondo, i quali facendo terrorismo sugli effetti negativi di una mancata riforma incisiva a breve delle pensioni italiane riescono a generarli, dando innesco ai meccanismi descritti sul fondo del Corriere della Sera di sabato scorso.

Resta il mistero sul perché il Corriere, ma in verità anche tanti altri giornali, dia il primo piano a personaggi che sulle una tantum adottano un approccio da moralisti bacchettoni anziché da scienziati dell’economia; pensano che un full sia meglio di un poker; ritengono che sia preferibile concentrare l’azione governativa sulla riduzione dei piccoli differenziali rispetto all’Europa anziché dei grandi differenziali; non considerano che la sconfitta italiana nella seconda guerra mondiale possa aver prodotto effetti demografici oggi rilevanti per le leve di pensionamento; e, infine, danno un peso assolutamente eccessivo a un Dpef varato per l’anno, il 2004, in cui cominceranno a produrre effetti le tre grandi deleghe che improntano l’azione di legislatura del governo. Ma questa è un’altra storia, molto più paurosa di un’analisi tecnica sull’opportunità di disincentivi pensionistici immediati e intensi.