“Commenti&Analisi” Riforma pensioni: inutile attendere (M.Ferrera)

23/12/2003




martedì 23 dicembre 2003

IL COMMENTO

«La riforma pensioni: inutile attendere»

di Maurizio Ferrera

      Governo e sindacati tornano a riunirsi per discutere di pensioni: dopo tre mesi di aspro conflitto, si tratta senz’altro di una buona notizia. In democrazia le riforme si approvano nei Parlamenti, secondo la regola della maggioranza. Ma su un tema delicato come il welfare è importante costruire consensi più ampi, dialogando con le parti sociali. Tutte le grandi riforme pensionistiche dell’ultimo decennio in Europa – compresa la riforma Dini del 1995 – sono state precedute da fasi più o meno lunghe di "concertazione" fra esecutivi, sindacati e datori di lavoro. L’avvio di un confronto diretto fra il governo Berlusconi e le parti sociali apre due preziose opportunità: quella di migliorare i contenuti della riforma e quella di renderla più accettabile da parte dei lavoratori. Per cogliere queste opportunità è importante però che siano rispettate tre condizioni. La prima è che il confronto sia serio e genuinamente orientato ad affrontare il nodo previdenziale: non per "far cassa", ma per garantire la sostenibilità delle pensioni italiane a fronte del rapido invecchiamento demografico e del suo impatto sulle dinamiche di spesa. Si potrà forse discutere sui decimali; ma che esista un problema di "gobba" (ossia un’impennata della spesa nel periodo compreso, all’incirca, fra il 2010 e il 2030) è un fatto che nessuno può sul serio contestare. Se così è, allora non serve a nulla temporeggiare, invocando (come ancora fanno i sindacati) il calendario di verifiche previsto otto anni fa dalla legge Dini. Meglio discutere subito e, soprattutto, varare al più presto misure strutturali di contenimento dei costi, prima che la politica italiana entri in una lunga fase di fibrillazione elettorale: nel 2005 ci sono le elezioni amministrative e nel 2006 quelle politiche.
      La seconda condizione è che l’eventuale (ed auspicabile) compromesso fra governo e sindacati non avvenga scaricando i costi della riforma su gruppi sociali che non partecipano al negoziato, ed in particolare sulle categorie più vulnerabili e meno protette. Non si tratta solo di tutelare le generazioni future. Gli interessi dei lavoratori precari, dei lavoratori in nero, dei disoccupati, insomma di tutti coloro che oggi si trovano al di fuori del nostro sistema di garanzie sociali devono trovare un posto adeguato al tavolo di confronto. Pensiamo ai giovani che passano oggi da un lavoro precario a un altro prima di approdare, se ci riescono, al posto fisso. Questi giovani rischiano di ritrovarsi con pensioni molto basse e di non essere neppure in grado di sfruttare tutta la contribuzione versata: le norme vigenti penalizzano i passaggi tra regimi previdenziali diversi. Il progetto di riforma del governo non affronta questi problemi. Dal canto loro le proposte dei sindacati mirano essenzialmente a preservare i diritti di quei lavoratori già "salvati" dalla riforma Dini. Una riforma efficace ed equa deve contenere i costi distribuendo i sacrifici fra tutti i garantiti e migliorando al tempo stesso le prospettive dei non garantiti.
      La terza condizione è che il negoziato fra le parti conduca alla definizione di una cornice di riferimento entro cui collocare la riforma pensionistica. I sindacati fanno bene a chiedere che il confronto non si limiti alla previdenza, ma tocchi il welfare nel suo complesso (purché ovviamente questa richiesta non diventi un alibi per bloccare tutto). Al di là delle pensioni, che modello di stato sociale ha in mente il governo? I risparmi previdenziali serviranno a ricalibrare la spesa verso altri settori? Pochi giorni fa quella stessa Commissione europea che ci esorta a rispettare il Patto di stabilità e a riformare le pensioni ha raccomandato all’Italia di fissare obiettivi più ambiziosi e più precisi sul fronte dei servizi sociali, della lotta alla povertà e all’esclusione. Un richiamo autorevole a considerare gli interessi dei più deboli e a perseguire una strategia di cambiamento che non comporti solo contrazioni, ma miri piuttosto ad un ri-equilibrio complessivo del nostro welfare.


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