“Commenti&Analisi” Riforma, gli ordini chiedono lumi (R.Orlandi)

24/02/2005

    Giovedì 24 febbraio 2005
    pagina 32 – Cup

      PROFESSIONI/Il riordino del settore nel decreto legge sulla competitività. Il Cup scrive all’esecutivo.

      Riforma, gli ordini chiedono lumi
      Necessario un confronto per capire la strategia del governo

        di Roberto Orlandi
        vicepresidente Cup e presidente collegio nazionale degli agrotecnici e degli agr

          Per tutto il mese di febbraio il testo di riforma delle professioni, presentato ufficialmente dal ministro Castelli ai presidenti degli ordini e collegi professionali, aveva occupato il dibattito politico e accademico in materia, anche perché non erano né poche, né irrilevanti le novità contenute nel documento distribuito dal ministro guardasigilli nell’incontro ufficiale del 28 gennaio 2005.

          Il Cup infatti aveva subito chiesto al ministro alcuni giorni di tempo per acquisire, all’interno di un percorso democratico che vedeva il coinvolgimento della propria rete periferica, il parere delle singole categorie professionali aderenti, convocando l’assemblea generale per la mattina del 21 febbraio, con all’ordine del giorno l’espressione di un parere sul testo ´Castelli’ di riforma delle professioni.

          Nei giorni che hanno preceduto questo appuntamento ciascun ordine e collegio nazionale aderente al Cup aveva elaborato autonome osservazioni, da fare confluire in un documento generale.

          Se l’intervento di un testo ministeriale ´ufficiale’ aveva rincuorato sulla reale volontà del governo di pervenire a una riforma compiuta, qualche perplessità era subito scaturita dalla ipotesi di lavoro che il ministro Castelli aveva delineato e che, sostanzialmente, prevedeva la raccolta delle opinioni degli attori del sistema (ordini, casse di previdenza, associazioni non ordinistiche, mondo confindustriale, sindacati delle professioni, regioni ecc.), il loro vaglio da parte degli uffici ministeriali per un eventuale accoglimento, l’elaborazione definitiva di un testo che sarebbe poi stato trasferito (con un maxi-emendamento ovvero altro strumento tecnico) alla commissione giustizia del senato, dove è da tempo in discussione una proposta di legge (nota come Cavallaro-Federici).

          Il ministro aveva però precisato che si sarebbe trattato di un ´testo aperto’ alle modifiche che il parlamento avesse ritenuto di voler apportare, e questo costituiva un problema non di poco conto perché, in altre parole, voleva dire che il governo non avrebbe difeso fortemente quel provvedimento, lasciandolo invece libero di navigare nel mare magno delle dinamiche parlamentari.

          Certo nessuno pretende di esautorare le camere dalle proprie prerogative, in particolare il senato, dove la commissione giustizia ha molto lavorato su questa materia, ma neppure è immaginabile lasciare un testo così complesso e così ricco di tecnicismi (dove talvolta la semplice posposizione di un termine può modificare il contenuto di una disposizione) alla libera dinamica degli emendamenti parlamentari, che pioverebbero a migliaia, sospinti dalle molte lobby degli scontenti da ogni parte, liberi finalmente di dare sfogo agli istinti partigiani, mimetizzandosi nell’agone parlamentare, non più votati all’obbligo delle ricerca dell’interesse generale, ma solo di quello proprio.

          Certo, il Cup aveva già messo in conto di doversi fortemente impegnare, all’atto del transito del testo di riforma da via Arenula al senato, e di dover spendere tutta la propria autorevolezza per tenere ferma al centro la barra del timone della riforma, ma era a tutti chiaro come questo fosse un compito improbo.

          Il primo scoglio comunque era la predisposizione di comuni osservazioni alla bozza dal testo Castelli, che presentava all’evidenza alcune criticità, nell’ordine (non di importanza): la previsione relativa ai codici deontologici, sottoposti alla preventiva approvazione del ministro di giustizia (e chi è professionista conosce bene l’importanza della deontologia e quanto questa sia presidio dell’autonomia professionale); l’eliminazione della giurisdizione domestica di secondo grado (che, pure con i suoi limiti, ha rappresentato una fonte di garanzia per gli utenti dei servizi professionali e un ulteriore baluardo dell’autonomia delle professioni); l’istituzione di un’assemblea annuale dei consigli locali con compiti fortemente incidenti nelle attività dei consigli nazionali (creando quindi i presupposti per una paralisi del sistema); un ritorno del potere centrale del ministro sugli ordini, in contrasto con i principi di autonomia e sussidiarietà che si sono imposti in questi anni; la rigida tipizzazione della struttura organizzativa degli ordini (con obbligatorietà dei coordinamenti regionali, per esempio), talvolta in contrasto con l’organizzazione storicamente determinatasi nel libero sviluppo della storia di ciascuna professione; l’eliminazione di livelli tariffari minimi e massimi, anche per le prestazioni che incidono su interessi generali, e la loro sostituzione con il criterio della libera pattuizione del compenso fra le parti; la previsione dell’esercizio professionale in forma societaria, ma con la presenza del socio terzo (ipotesi sempre respinta da pressoché tutti gli ordini e collegi).

          Queste le principali osservazioni che la rete periferica dei consigli territoriali delle categorie aderenti e i Cup territoriali avevano fatto pervenire al Cup nazionale, alla vigilia dell’assemblea del 21 febbraio scorso.

          Ma quelle osservazioni non sono state, in realtà, esaminate perché alla vigilia dell’incontro una novità ha sparigliato le carte della ´riforma’: l’ipotesi di inserimento di una norma-stralcio nel decreto legge sulla competitività, di imminente emanazione.

          Diversi presidenti di consigli nazionali sono infatti venuti in possesso di un articolato, composto di nove punti (peraltro pubblicato su ItaliaOggi del 22 febbraio scorso), tutti riferiti alla riforma delle professioni e che farebbe parte, per l’appunto, del richiamato decreto legge.

          Nove punti soltanto, ma molto significativi, perché vanno a risolvere altrettante criticità manifestate dal sistema professionale in questi anni: dall’esercizio in forma associata e societaria agli esami di stato, dal coordinamento della formazione professionale in base a standard comuni alla forte incidenza delle norme deontologiche.

          Naturalmente questa ulteriore ipotesi di lavoro non solo modifica completamente il quadro delle possibilità di realizzazione della riforma che è passata, nell’ordine, da essere un disegno di legge del governo (testo elaborato dalla Commissione Vietti), diventato poi un condiviso testo parlamentare (Vietti-bis) per approdare all’idea un maxi-emendamento del governo al testo di riforma del senato Cavallara-Federici (testo Castelli) e poi rimbalzare ancora come articolo unico da ricomprendersi nel decreto legge sulla competitività.

          Francamente un ventaglio di ipotesi talmente vario da lasciare allibiti.

          Per questo l’assemblea dei presidenti nazionali delle professioni aderenti al Cup, in primo luogo, ha deciso di scrivere al presidente del consiglio dei ministri Silvio Berlusconi, al ministro dell’economia e delle finanze, Domenico Siniscalco (in qualità di ´titolare’ del decreto sulla competitività), al ministro della giustizia, Roberto Castelli e al sottosegretario Michele Vietti, chiedendo un immediato confronto per capire con certezza, fra i vari provvedimenti oggi presenti sul tavolo, su quale il governo punti per realizzare la riforma.

          Nel frattempo è stato costituito un gruppo di lavoro composto da sei presidenti di consigli nazionali e da due rappresentanti dei Cup territoriali, per raccogliere e sintetizzare tutte le osservazioni al testo Castelli nella considerazione che, almeno per il momento e salvo contraria ipotesi, quello rimane il testo ´ufficiale’ del governo; la commissione dovrebbe concludere il proprio compito in pochi giorni.

          Due parole ancora sull’ipotesi di realizzare la riforma con l’inserimento di un articolo nel decreto legge sulla competitività