“Commenti&Analisi” Riforma delle pensioni (Boeri/Brugiavini)

18/07/2003

venerdì 18 luglio 2003
Pagina 16 – Commenti
 
 
Riforma delle pensioni
i costi della transizione
          TITO BOERI E AGAR BRUGIAVINI

          Luciano Gallino e Eugenio Scalfari hanno recentemente cercato di fornire, sulle colonne di Repubblica, argomenti tecnici a supporto della tesi secondo cui un´ulteriore riforma del nostro sistema previdenziale non sarebbe urgente. Apprezziamo il tentativo di entrare nel merito dei problemi perché, spesso, di questi aspetti si discute con una miscela esplosiva di superficialità e ideologia.(…)
          Come è noto, la transizione al sistema previdenziale introdotto dalla riforma Dini nel 1995 sarà completa – nel senso che tutti i lavoratori e tutti i pensionati saranno interamente sotto il nuovo regime – attorno al 2065, vale a dire settanta anni dopo la riforma.
          Scalfari riconosce una seria difficoltà di equilibrio dei conti previdenziali per gli anni 2013-2030 e accenna a problemi «per i giovani che hanno fatto o sperano di fare al più presto il loro ingresso nel mercato del lavoro». Ma sposa la tesi (e i numeri) di Gallino secondo cui la riforma «è meno urgente di quanto non si dica». Ignorando tre fatti: 1) il sistema è già oggi in forte squilibrio; 2) genera gravi iniquità fra giovani e anziani e anche all´interno di ciascuna generazione; 3) un rinvio ulteriore ha costi politici elevati perché ogni anno che passa invecchiano gli elettori e i giovani avranno più difficoltà a far prevalere la decisioni a loro favore.
          Gli squilibri. Scalfari sostiene che oggi il sistema pubblico sarebbe in disavanzo solo perché nella contabilità dell´Inps vengono erroneamente incluse spese di natura assistenziale, che giustamente ricadono sulla fiscalità generale. Tra queste ultime Scalfari include anche spese per cui è previsto un pagamento di contributi da parte di imprese e lavoratori, quali ad esempio le pensioni di invalidità. Il sottosegretario al Welfare, Alberto Brambilla, prima ancora di Scalfari, aveva cercato di mostrare che la spesa pensionistica in Italia è molto più bassa di quanto misurato sulla base di parametri oggettivi, stabiliti da Eurostat, che classificano come spesa pensionistica tutti i trasferimenti concessi a chi ha un´età superiore a quella di pensionamento. Escludere dalla spesa previdenziale pubblica ogni intervento di tipo redistributivo, è sbagliato perché la previdenza pubblica attraverso questa redistribuzione copre rischi altrimenti non assicurabili, quali il rischio di longevità, interagito con il rischio di mercato. Il sistema pubblico, in altre parole, deve essere in grado di offrire una pensione minima anche a chi ha subito licenziamenti o ha accudito i figli, non riuscendo così ad accumulare un montante contributivo sufficiente a garantirsi un reddito minimo durante la propria vecchiaia.

          È poi prevista nei sistemi pensionistici di tutti i Paesi occidentali (persino negli Stati Uniti) una copertura contro il rischio individuale di invalidità. Non proponiamo certo il modello estremo delle "pensioni di cittadinanza", per cui tutti hanno diritto come cittadini indipendentemente dai contributi versati. In questo ultimo caso la distinzione tra previdenza e assistenza è irrilevante. Ma Scalfari si spinge all´estremo opposto sostenendo che la previdenza pubblica debba rinunciare a ogni funzione redistributiva e replicare in tutto e per tutto un´assicurazione privata. Perché allora non privatizzare il sistema pensionistico tout-court?
          Le iniquità. I giovani stanno già oggi pagando tasse molto più alte dei loro genitori e riceveranno pensioni molto più basse. In particolare, stime di Nicola Sartor riprodotte sul sito www.lavoce.info, indicano che ogni individuo delle generazioni esonerate dalla riforma del 1995 (quelle con almeno 18 anni di contributi nel 1996) abbia ricevuto un regalo di circa 12mila euro, pari a circa il 15 per cento dei trasferimenti che otterrà per il resto della sua vita. Se fossimo passati tutti subito al regime contributivo, pro-rata, vi sarebbe stato un risanamento pressoché completo nella finanza pubblica, il che avrebbe reso inutili ulteriori interventi, che finiranno, una volta di più, per ricadere sulle spalle dei più giovani. Certo, come scrive Scalfari, i giovani possono talvolta beneficiare della pensione ricevuta dai loro genitori. Ma sempre di meno perché le famiglie sono diventate più piccole. Inoltre, questa spartizione della pensione dei genitori ha costi individuali (molti giovani magari preferirebbero uscire di casa) e aggregati (la famiglia come ammortizzatore sociale impedisce la mobilità, con costi elevati per il nostro sistema economico).
          A queste iniquità intergenerazionali, si aggiungono le iniquità intragenerazionali, fra persone di una stessa età. Siamo l´unico paese in Europa in cui il grado di copertura delle pensioni (la percentuale di individui che ricevono una pensione) aumenta all´aumentare del reddito e dove chi va in pensione prima di raggiungere i 65 anni riceve trattamenti – in rapporto al reddito disponibile – molto vicini a quelli di chi va in pensione più tardi. Questo in virtù di privilegi accordati a categorie specifiche, quelle con maggiore potere contrattuale, come i dipendenti pubblici. Perché due operai che fanno lo stesso lavoro, hanno la stessa qualifica e anche la stessa storia contributiva dovrebbero andare in pensione a età diverse solo perché uno può godere della pensione di anzianità e l´altro no?
          I costi politici del rinvio. L´elettore mediano, quello verso cui convergono le piattaforme politiche in un sistema maggioritario, aveva nel 1992 (riforma Amato, quella che ha sin qui maggiormente contribuito al risanamento dei nostri conti previdenziali) 44 anni, ne ha oggi 46 e ne avrà 47 all´inizio della prossima legislatura, ne avrà 49 nel 2013 (quando forse, anche secondo Gallino e Scalfari, la riforma sarà urgente). Il sostegno alle riforme ha un chiaro profilo generazionale. Solo tra i giovani si trovano maggioranze favorevoli a riforme che accelerino la transizione al sistema Dini. Non a caso: i giovani hanno già pagato i costi della transizione a un sistema sostenibile, cioè in grado di mantenere le promesse nel corso del tempo. Aspettare farà ridurre il consenso per le riforme "eque", perché è l´età che condiziona l´atteggiamento verso queste riforme. Non l´ideologia. (…)
          Insomma, stare in mezzo al guado è costoso e rischia di costringerci a stare con l´acqua alla cintola ancora più a lungo.

          Questo articolo è tratto dal sito
          www.lavoce.info