“Commenti&Analisi” Riforma del lavoro, è solo un primo passo – di M.Unnia

11/02/2003

ItaliaOggi
Numero
035, pag. 6 del 11/2/2003
Mario Unnia



Mancano molte altre condizioni per creare posti di lavoro.

Riforma del lavoro, è solo un primo passo

L’approvazione della delega al governo in materia del mercato del lavoro anche da parte del senato è avvenuta mercoledì 5 febbraio scorso, in un giorno in cui tutta l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica era concentrata sulla guerra annunciata e sulle prese di posizione del governo e dei partiti: se non fosse stato così, l’evento avrebbe avuto una risonanza ben maggiore e non sarebbe sfuggito il suo significato politico e sociale.

L’iter parlamentare è stato lungo e tormentato, spesso è mancato il numero legale in aula e il via definitivo è stato rinviato da un giorno all’altro. Alla conclusione dei lavori il ministro del lavoro Roberto Maroni si è dichiarato legittimamente soddisfatto, mentre il suo predecessore Cesare Salvi non ha esitato a sparare che ´la riforma sferra un duro colpo alle garanzie dei lavoratori. La precarizzazione del rapporto di lavoro diventa la regola’.

Ha ragione il sottosegretario Maurizio Sacconi a dire che è questa l’operazione più coraggiosa a 33 anni dallo statuto dei lavoratori: infatti si è conclusa la prima parte di una riforma complessa che ha le sue premesse nei lontani anni 70.

Fu allora che, in una temperie di forte ideologizzazione, furono fissati alcuni punti fermi che hanno ispirato per anni la condotta sindacale, senza distinzioni, e della sinistra politica, e hanno condizionato i rapporti di lavoro. Scelgo, a titolo di esempio, quanto sosteneva Dario Salerni nel volume edito dall’autorevole il Mulino nel 1981 dal titolo Il sistema di relazioni industriali in Italia: che le relazioni industriali sono un sistema di controllo sociale sulla forza lavoro e non un sistema di negoziazione e patti tra i partner contrattuali, e sono altresì un terreno passivo e subordinato di azione politica.

Anche lo statuto dei lavoratori, al di là delle intenzioni dei promotori, contribuì a consolidare questa visione classista. Ne conseguì che per anni questo pregiudizio ideologico che configurava la forza lavoro e il salario come ´variabili indipendenti’ pesò come un macigno sulla contrattazione nazionale e sugli accordi aziendali, rendendoli difficili e inadeguati alle esigenze dello sviluppo economico. Il mercato del lavoro fu ingessato in una serie di vincoli spacciati dall’estremismo sindacale e politico come diritti inalienabili dei lavoratori, e su questa rendita di posizione camparono le burocrazie dei sindacati.

La prima intenzione di uscire dall’era della glaciazione del mercato del lavoro la ritroviamo nel protocollo Giugni del ’93 a proposito del lavoro interinale, considerato allora una modalità di sfruttamento dei lavoratori: ma non ne sortì nulla, perché ancora una volta il pregiudizio supportato dal governo e dalla maggioranza di sinistra fece blocco contro l’innovazione, per altro auspicata e richiesta da crescenti aree del lavoro dipendente.

Occorre arrivare al ’97, al pacchetto Treu, ministro del lavoro, perché sia riconosciuta piena dignità al lavoro interinale, ma molte altre forme di modernizzazione dovranno attendere il tormentato lavoro di Marco Biagi, interrotto dalla sua tragica morte.

La delega approvata dalle camere introduce numerose novità, dal collocamento a nuove forme contrattuali, dall’outsourcing allo staff leasing, dal part-time alle collaborazioni continuate e continuative: prevede anche l’istituzione del Sil-Sistema informativo lavoro, ovvero una banca dati che dovrebbe raccogliere su tutto il territorio nazionale i curricula dei lavoratori in cerca di occupazione e collegare in rete i servizi privati e pubblici del collocamento.

Un’iniziativa questa di cui non si avvertiva la necessità: sappiamo bene che queste cose non funzionano perché anche la tecnologia più avanzata fa cilecca quando è lasciata in mano alla burocrazia, ma probabilmente è l’ultimo regalo ai vecchi uffici del collocamento pubblico, duro a morire. Sono rimaste fuori dalla legge la modifica sperimentale dei licenziamenti (leggi art. 18), la riforma degli ammortizzatori sociali e gli incentivi all’occupazione, argomenti stralciati a fronte dell’opposizione irriducibile della sinistra e della Cgil: verranno ripresi tra giorni in commissione lavoro al senato, con prospettive non facili di arrivare a un accordo.

Oltre 12 mesi sono trascorsi per portare in porto una parte della riforma: c’è da domandarsi quanti ce ne vorranno per avere dal ministero i decreti attuativi delle deleghe (forse luglio?). E ce ne vorranno altrettanti, e forse più, per completare il disegno, che non stravolge affatto il mercato del lavoro ma ci avvicina alle analoghe regolamentazioni dei nostri partner europei. Un esempio eloquente di come sia difficile varare leggi di buon senso quando le vicende sindacali sono intrecciate in modo perverso ai rapporti conflittuali tra i partiti, in un clima che ha il tono della guerra civile, fortunatamente non ancora il crepitio delle armi.

La parte imprenditoriale e i sindacati Cisl e Uil attendono da questi primi passi della riforma un effetto miracoloso: è bene invece non farsi illusioni, da sole queste riforme non bastano, occorrono ben altre condizioni per creare posti di lavoro, un’economia in tiro e un clima internazionale propizio alla collaborazione e allo sviluppo.

Le riforme vincenti sono quella delle pensioni, per esempio, per le quali non esistono purtroppo le condizioni sociali e politiche per porvi mano. Ma, per lo meno, quanto previsto dalla legge delega approvata può portare un beneficio, nella minore delle ipotesi può non ostacolare la ripresa, se e quando ci sarà.

Mario Unnia