“Commenti&Analisi” Regole Calpestate (P.Ichino)

02/12/2003




2 dicembre 2003
REGOLE CALPESTATE

di PIETRO ICHINO
      Milano, 1 dicembre 2003, ore 8 del mattino: centinaia di migliaia di lavoratori si affollano sotto la pioggia battente alle fermate di tram e autobus, nelle stazioni della metropolitana, per non perdere le ultime corse previste prima dell’inizio dello sciopero, regolarmente proclamato dai sindacati dei trasporti aderenti a Cgil, Cisl e Uil per le 8.45. Ma nelle strade non si vede un solo mezzo pubblico, soltanto file infinite di automobili private: l’inizio dello sciopero è stato anticipato all’inizio del turno e sono stati azzerati anche i servizi minimi obbligatori, senza che nessuno ne fosse informato. La legge sugli scioperi nei servizi pubblici – una buona legge, che impone il preavviso di almeno 10 giorni e la garanzia di alcuni diritti minimi essenziali degli utenti – è stata violata platealmente; la città, colta di sorpresa, è letteralmente paralizzata. E offesa.
      In mattinata Cgil, Cisl e Uil prendono le distanze dal comportamento degli autoferrotranvieri; ma lo fanno tiepidamente, in termini che non mostrano una consapevolezza piena della gravità inaudita di quanto è accaduto. Del resto, chi mai può credere che una violazione così massiccia delle regole – una violazione che nessun ritardo nel rinnovo del contratto di categoria può mai giustificare – sia stata organizzata in modo tanto capillare ed efficace senza che nei giorni scorsi nessuno, ai vertici milanesi d elle tre Confederazioni, ne abbia avuto sentore? E se, come è certo, qualche dirigente sindacale sapeva, perché non ha denunciato pubblicamente la cosa, per mettere in guardia la cittadinanza, per consentire al prefetto di adottare i provvedimenti del caso, per tentare almeno di salvare la faccia al sindacato confederale in questa giornata nera? Ma la domanda più inquietante è un’altra: nei servizi pubblici, e soprattutto in quelli di trasporto, Cgil, Cisl e Uil sono ancora in grado di governare forme e tempi di lotta dei lavoratori? Quanto è accaduto ieri a Milano conferma clamorosamente che la risposta è «no»: nei trasporti pubblici – dagli aerei ai treni, ai trasporti municipali – le confederazioni riescono tutt’al più ad assecondare il conflitto, non a dirigerlo e controllarlo. Non a svolgere la funzione tipicamente propria del sindacato confe derale, cioè quella di garantire il necessario contemperamento fra l’interesse della categoria e quello della cittadinanza, che è poi costituita in grande maggioranza da altri lavoratori. Lo sciopero nei servizi pubblici non è uno sciopero come tutti gli altri: in questo settore la sua forza non sta tanto nel danno che esso infligge alla controparte, cioè al datore di lavoro (il quale, anzi, sovente ci guadagna, perché il servizio è gestito in perdita), quanto nel danno che esso infligge agli utenti. Su questo terreno, negli ultimi decenni, le confederazioni maggiori hanno seguito una politica masochistica: hanno per lo più praticato la moderazione nel ricorso allo sciopero, facendosi caric o degli interessi generali, ma hanno sempre lasciato che i sindacati autonomi ne abusassero sistematicamente e così si accreditassero agli occhi dei lavoratori del settore come i loro difensori più agguerriti ed efficaci. Così, ora, chi guida la danza sono questi ultimi. La legge prevede non soltanto regole precise, ma anche sanzioni efficaci contro i sindacati che le trasgrediscono (ad esempio: sospensione dei permessi sindacali retribuiti e del finanziamento mediante trattenute sulle buste-paga) e contro i lavoratori che aderiscono alla trasgressione (provvedimenti disciplinari): se negli anni passati queste sanzioni fossero state applicate con il dovuto rigore, non saremmo a questo punto. Se Cgil, Cisl e Uil vogliono recuperare il terreno perduto – e soprattutto colmare l’abisso che migliaia di episodi come quello di ieri hanno scavato tra l’opinione pubblica e il sindacalismo del settore dei servizi pubblici – devono convincersi che quelle regole e quelle sanzioni non sono poste soltanto a difesa del cittadino, ma anche a difesa della parte migliore del movimento sindacale.


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