“Commenti&Analisi” Referendum il prezzo è molto alto – di P.Ichino

28/04/2003
        venerdì, 25 aprile, 2003
        ELEZIONI REFERENDUM
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        Il sindacato e l’ art. 18

        Referendum il prezzo è molto alto

        Pietro Ichino

        5 aprile 2002; ho un incontro con ciascuno dei capi di Cgil, Cisl e Uil per discutere di una proposta di legge sui licenziamenti mirata a consentire al sindacato di non rimanere, per così dire, incastrato fra la riforma dell’ articolo 18 proposta dal governo e il referendum promosso dall’ estrema sinistra per l’ estensione dello stesso articolo 18 alle piccole imprese. La proposta – non la riforma ideale, ma soltanto una soluzione ragionevole e politicamente praticabile, descritta nel marzo precedente sul Corriere – si rifà a quella già presentata da Tiziano Treu e altri quaranta parlamentari dell’ Ulivo due anni prima, che mirava sostanzialmente ad allineare la legislazione italiana a quella tedesca: in Germania è il giudice che decide caso per caso, tenuto conto di tutte le circostanze e anche delle dimensioni dell’ azienda, se obbligare l’ impresa a reintegrare il lavoratore licenziato ingiustamente o, soltanto, a pagargli un indennizzo. Il primo a ricevermi è Luigi Angeletti, che si mostra pienamente d’ accordo con l’ iniziativa (nei mesi successivi quella proposta verrà infatti approvata dagli organi dirigenti della Uil e il relativo disegno di legge verrà presentato alla Camera e al Senato da alcuni parlamentari dell’ area dei liberal diessini, della Margherita e dello Sdi). La tappa successiva è alla Cisl; Savino Pezzotta è anche lui molto favorevole e interessato; pone però la condizione che l’ iniziativa sia presa unitariamente dalle tre confederazioni. Quindi vado da Sergio Cofferati, che ha la cortesia di ricevermi nel tardo pomeriggio, di ritorno da una manifestazione fiorentina; gli riferisco dei due colloqui avuti poco prima e anche con lui discuto analiticamente del merito del progetto, per più di un’ ora; alla fine la sua risposta è sostanzialmente questa: «L’ idea in sé è accettabile, ma in questo momento non vedo perché dovremmo cavare le castagne dal fuoco al governo, che con la sua iniziativa si è cacciato in un vicolo cieco». Appena due settimane prima, la grande manifestazione del 23 marzo era parsa incoronare Cofferati come leader dell’ opposizione; e la parola d’ ordine principale di quella manifestazione era stata proprio il no reciso a qualsiasi modifica della legge sui licenziamenti, la difesa a oltranza dell’ ormai famoso articolo 18, con la quale il leader della Cgil era riuscito a mettere in difficoltà il governo e nell’ angolo Cisl e Uil. Era comprensibile che egli non fosse disposto a rinunciare alla posizione di straordinario vantaggio che era riuscito a conquistarsi con quella parola d’ ordine, fortissima nella sua assoluta semplicità. Senonché proprio quella semplificazione estrema, politicamente utile per conquistare un consenso di massa immediato, era destinata a rivelarsi insostenibile sulla distanza e così a costituire una crepa gravissima nella posizione di vantaggio di Cofferati. Lo aveva ben capito il suo grande avversario, Fausto Bertinotti, che in quei giorni aveva già incominciato a forgiare il cuneo da inserire in quella crepa, con la raccolta di firme per il referendum sull’ articolo 18: se davvero costituisce un diritto fondamentale e intangibile del cittadino – dicono i promotori del referendum – perché privarne i dipendenti delle piccole aziende? La realtà è che l’ articolo 18, norma protettiva inventata più di trent’ anni fa per la grande impresa di tipo fordista, è solo uno dei tanti modi in cui si può dare sicurezza ai lavoratori; ed è un modo particolarmente inadatto alla piccola impresa, soprattutto nel tessuto produttivo post-fordista. Nessuno che voglia candidarsi seriamente a governare il Paese può ignorarlo. Cofferati vuole candidarsi seriamente a governare il Paese; ma non può smentire la parola d’ ordine su cui ha costruito la sua leadership per tutto lo scorso anno. Oggi la Cgil, con la scelta del «sì» al referendum, trae le logiche conseguenze dalle premesse poste allora dal suo capo; ma lui, e tutti i suoi compagni di partito che vogliono darsi un programma di governo credibile, a cominciare da Piero Fassino, non possono fare altrettanto. Così, ora, sono loro ad avere una castagna molto difficile da togliere dal fuoco. E a quattro mesi dalla convalida ufficiale del referendum ancora non hanno preso posizione. All’ iniziativa referendaria occorre riconoscere almeno questo merito: di aver chiarito che chiunque intenda guidare il centro-sinistra a tornare maggioranza deve darsi una politica del lavoro fondata su parole d’ ordine diverse da quelle sulle quali l’ opposizione si è mobilitata per tutto lo scorso anno.